…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...
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mercoledì 17 novembre 2021

Su orti cospicui me ne sto insediato

 Su orti cospicui me ne sto insediato.
 Per Van´ka l’intendente sarebbe qui una pacchia.
 Nelle fabbriche il vento serve gratis,
 e fugge via il sentiero di melma e sterpi a fasci.
 
 La notte gela, neroarata, ai margini
 della steppa fra guizzi di perline.
 Su e giú nei suoi stivali russi il padrone marcia
 di là dalla parete, con un’ombra di stizza.
 
 E il pavimento ha una copiosa gobba –
 ponte di nave, coperchio di bara.
 Mi è, presso estranei, difficile il sonno,
 e la mia stessa vita piú non mi ama.
 (Aprile 1935)

Osip  Mandel´štam

venerdì 29 aprile 2016

Notte d'insonnia

Notte d’insonnia. Omero. Vele tese laggiú.  
Ho letto, delle navi, fino a metà il catalogo:  
questa lunga nidiata, questo corteo di gru  
che dall’Ellade un giorno si levò e prese il largo.
Cuneo di gru diretto verso estranee frontiere –
bianca schiuma divina sulle teste dei re –,
per dove fate rotta? Per voi Troia senz’Elena  
sarebbe mai la stessa, maschi guerrieri achei?
L’amore tutto muove – muove Omero e il suo mare.
A chi presterò ascolto? Ma ecco tace Omero,
ed enfaticamente strepita un mare nero  
che con un greve rombo si addossa al capezzale.
Osip Ėmil’evič Mandel’štam

venerdì 17 ottobre 2014

Oggi è un brutto giorno

Oggi è un brutto giorno:
dorme il coro delle cavallette
e l’ombra delle cupe rocce
è più tetra di una lapide.
Sibilare di frecce che passano
E grida di corvi profetici…
Vedo, in un brutto sogno,
l’istante inseguire l’istante.
Allontana i limiti dei fenomeni,
distruggi la gabbia terrestre,
leva un inno furioso
il rame dei segreti in rivolta!
O pendolo severo delle anime,
oscilla dritto e sordo
e, con passione, il fato bussa
alla porta proibita, per noi
Osip Emil’evič Mandel’štam

venerdì 15 novembre 2013

Una fiamma disperde la mia arida vita



Una fiamma disperde
la mia arida vita;
e accantono la pietra:
ora il legno mi ispira.
Esso è rozzo e leggero:
da un tronco vengon fuori
e midollo di quercia
e remi di pescatore.
Sotto, a configger pali!
Fate risuonare, o mazze,
un ligneo paradiso
di oggetti imponderabili!
Osip  Mandel'stamm
1915

sabato 22 giugno 2013

Per amore della risonante audacia

Per amore della riso­nante auda­cia dei secoli a venire,
per amore dell’eccelsa schiatta umana
mi son negato la coppa del brin­disi al festino dei padri
e l’allegria e il mio stesso onore.

Die­tro di me avverto il balzo dell’èra sgoz­za­lupi, ma sangue
Di lupo io non ho, e se non vuoi che m’azzanni,
fic­cami come un ber­retto nella manica della calda pelliccia
che rico­pre le steppe siberiane…

Per­ché io non veda il pau­roso né la molle sozzura
né le ossa lorde di san­gue nel giro della ruota,
e tutta notte, nella loro pri­mi­ge­nia bellezza,
riful­gano per me le volpi azzurre,

por­tami via nella notte dove scorre il fiume Eniséj
e a sfio­rare una stella si leva il tronco del pino,
giac­ché non ho san­gue di lupo e solo chi  m’è
uguale può farsi anche mio assassino.
 Osip Mandel’štam

martedì 18 giugno 2013

Pesantezza e tenerezza

Pesan­tezza e tene­rezza — sorelle, vi distin­gue un identico
tratto.
Api mel­li­fere e vespe suc­chiano la pesante rosa.
L’uomo si spe­gne, torna fredda la sab­bia che il giorno ha
scal­dato
e passa una bruna let­tiga che tra­sporta il sole di ieri.
Ah, pesanti favi e tenere maglie di reti!
E più facile sol­le­vare una pie­tra che ridire il tuo nome!
Al mondo un pen­siero, uno sol­tanto, mi resta:
il dorato pen­siero di come libe­rarsi dal far­dello del tempo.
Quasi fosse acqua scura, un’aria tor­bida inghiotto.
Il tempo è sol­cato dal vomere, e la rosa fu terra.
Le pesanti tenere rose si muo­vono in un lento gorgo;
pesan­tezza e tene­rezza hanno avvinto le rose in un duplice
serto!
Osip Mandel’štam

giovedì 14 febbraio 2013

Chi trova un ferro di cavallo

Guardiamo il bosco e diciamo:
ecco un bosco da navi, da alberi di nave:
conifere rosate
libere fino alla cima dal loro irsuto carico di rami;
sono fatte per mandare scricchiolii nella tempesta
come italici pini solitari
dentro un’aria stizzosa che non è più di bosco;
sotto il tallone salso del vento resisterà l’archipendolo
fissato alla danzante tolda,
e il navigatore,
nella sua indomita brama di spazio,
recando con sé tra gli umidi solchi il fragile strumento
dell’esperto di geometria,
metterà a confronto la scabra superficie marina
con l’attrazione del grembo terrestre.
E inspirando l’odore
delle lacrime di resina che il fasciame trasuda,
ammirando le tavole di legno
inchiodate, connesse in paratie
non dal mite carpentiere di Betlemme, ma da un altro –
il padre dei viaggi, l’amico di colui che va per mare –,
noi diciamo:
s’ergevano anche loro sulla terra
scomoda come la groppa di un asino,
con cime dimentiche delle radici,
là, su un glorioso crinale,
e strepitavano sotto rovesci di acqua dolce
offrendo invano al cielo temporalesco, in cambio d’un
pizzico di sale,
il proprio nobile fardello.
Da dove cominciare?
Tutto crepita e oscilla.
L’aria vibra di similitudini.
Non c’è parola migliore di un’altra;
la terra emette un rombo di metafore,
e leggere bighe,
nella bardatura sgargiante di stormi d’uccelli che lo sforzo
addensa,
fanno di tutto per gareggiare
coi beniamini sbuffanti degli ippodromi.
Tre volte beato chi ospita un nome nella sua canzone;
la canzone che si fregia di un titolo
vive più a lungo delle altre –
e la fa spiccare in mezzo alle compagne una benda sulla
fronte
che la tiene al riparo dai deliquii, da un odore troppo
forte che stordisce –
ne siano causa la vicinanza di un corpo d’uomo
o il pelame di un robusto animale selvatico
o semplicemente poche foglie di timo stropicciate fra le
palme delle mani.
L’aria talvolta è buia come l’acqua, e tutte le creature ci
nuotano dentro come pesci
fendendo con le pinne una sfera compatta,
elastica, intrisa appena di calore, –
una massa cristallina in cui girano ruote e sbandano
cavalli,
umido černozёm di Neera ridissodato ogni notte
con forconi, tridenti, zappe, vomeri.
L’aria ha lo stesso impasto della terra:
non si può uscirne, costa fatica entrarvi.
Un fruscio percorre gli alberi come se li colpisse una verde
mazza di laptà.
Fanciulli giocano a dadi con vertebre di bestie morte.
Il fragile calendario della nostra era si approssima alla fine.
Grazie per ciò ch’è stato:
sì, ho sbagliato, ho smarrito la via, non ho calcolato giusto.
L’era echeggiava come un globo d’oro,
cava, fusa, non sorretta da nessuno;
ad ogni tocco rispondeva con un “sì”, un “no”.
È la risposta di un bimbo che dice:
“Ti do la mela” o “Non ti do la mela”.
E il suo viso è un calco esatto della voce che pronuncia la
frase.
Il suono echeggia ancora, benché ne sia svanita ormai la
fonte.
Il destriero giace bianco di schiuma nella polvere e soffia,
ma il teso arco del suo collo piegato all’indietro
serba ancora memoria della corsa con le zampe lanciate
da ogni parte,
allorché non erano più quattro,
bensì tante quante le pietre della strada,
rinnovate in quattro tempi,
tanti quanti le volte che si stacca da terra il cavallo che va
all’ambio, sprigionando calore.
Così
chi trova un ferro di cavallo
ne soffia via la polvere
e lo sfrega con lana finché non torna a splendere;
allora
l’appende sopra la soglia
perché abbia quiete,
ché non dovrà più far scoccare scintille dalle selci.
Labbra umane
che non hanno più nulla da dire
conservano la forma dell’ultima parola che hanno detto,
e nella mano resta la sensazione del peso
anche se la brocca
s’è a mezzo svuotata
mentre la si portava verso casa.
Quel che ora dico non sono io a dirlo,
ma è riesumato come chicchi fossili di grano.
Certuni
sulle monete imprimono un leone,
altri
una testa;
pasticche eterogenee di rame, oro, bronzo
riposano con uguali onori sottoterra.
L’epoca, tentando di spezzarle, vi ha inciso i propri denti.
Il tempo mi assottiglia come una moneta,
e a me stesso più non basto ormai.
Osip Mandel'štam

Un rivolo di miele dorato e vischioso

Un rivolo di miele dorato e vischioso colava dalla bottiglia
così lento che la padrona ebbe agio di raccontare:
- Qui nella Tauride mesta dove ci ha condotto la sorte,
non un filo
proviamo di nostalgia, – e gettò uno sguardo da sopra
la spalla.
Opere di Bacco dovunque, come soltanto ci fossero
al mondo
custodi e cani: tu vai per la strada e non vedi, non
incontri nessuno.
Rotolano calmi i giorni, simili a grosse pesanti botti:
laggiù, voci dentro un capanno – non ne afferri il senso,
non sai che rispondere.
Dopo il tè uscimmo all’aperto in un immenso giardino
marrone;
come ciglia, sulle finestre erano abbassate scure tende;
per dare un’occhiata alla vigna passammo oltre bianche
colonne,
e un liquido vetro d’aria smaltava i pendii sonnolenti.
Io dissi: l’uva qui pulsa come un’antica battaglia
fra ricciuti cavalieri che si battono in viticciosa falange;
nella Tauride, nelle sue pietre, c’è la scienza dell’Ellade:
guarda
nobili aiole color ruggine di ettari che sfoggiano oro.
Ora, nella candida stanza domina come un arcolaio
il silenzio.
Odore di aceto, pittura e vino fresco esala dal sotterraneo.
Ricordi, nella casa greca, la sposa così seducente
per tutti – non Elena, l’altra – quanto ricamò anni
ed anni?
Vello d’oro, dove stai, vello d’oro? Non ci fu che uno
strepitare
di grevi onde marine lungo tutto, tutto quel viaggio,
e lasciando la nave che aveva fiaccato la tela sui mari
fece ritorno Odisseo, colmo di tempo e di spazio.
Osip Mandel’štam

Nella taverna i ladri hanno giocato


Nella taverna i ladri hanno giocato
a domino facendovi mattina.
La padrona ha servito una frittata;
i monaci hanno tracannato vino.
In lite le chimere della torre
su chi, di loro, abbia i tratti più orrendi.
E un grigio comiziante al primo sole
convoca la folla nelle tende.
Per il mercato s’agitano cani,
stride la toppa del cambiamonete.
Allunga sull’eternità le mani
chiunque, a derubarla, ma essa è rena,
sabbia del mare persa da un barroccio –
manca tela d’ortica per i sacchi –;
e indispettito un frate è lì che snocciola
bugie sulla locanda e la nottata.
Osip Mandel’štam

Per la tua gioia accetta

Per la tua gioia accetta dalle palme
di queste mani un po’ di sole e miele:
ce l’hanno ingiunto le api di Persefone.
Non si può udire l’ombra calzata di pelliccia,
o staccare da riva la barca senza ormeggi,
o vincere il timore nel folto della vita.
Tutto quel che ci resta sono baci
villosi come le giovani api
che muoiono, volate via dall’arnia.
Frusciano nella giungla diafana della notte,
gli è patria il fitto bosco del Taigeto,
si nutrono di tempo, polmonaria, mentastro.
Per la tua gioia accetta questo dono barbarico:
un’arida, dimessa collana di api morte
che hanno trasformato il miele in sole.

Osip Mandel’štam

Tristia

Ho imparato la scienza degli addii
nel piangere notturno, a testa nuda.
Ruminano i buoi, dura l’attesa,
ultima ora di veglie cittadine,
ed io rispetto il rito della notte dei galli
quando, sollevato il fardello doloroso del viaggio,
guardavano lontano occhi di pianto
e il lamento delle donne accompagnava il canto delle muse.
Chi può sapere che congedo attende
nella parola addio,
cosa ci predice il clamore dei galli
quando il fuoco arde sull’acropoli
e perché all’alba di una nuova vita,
quando nel fieno rumina pigro il bue,
il gallo araldo della nuova vita
sulle mura della città sbatte le ali?
E io amo i gesti quotidiani della tessitura:
la spola ordisce, il fuso ronza,
e già, peluria di cigno,
la scalza Delia vola incontro!
Meschino ordito della nostra vita,
come è povera la lingua della gioia!
Tutto è già stato, tutto si ripete,
attimo dolce è solo il riconoscere.
E così sia: una diafana figurina
sul semplice piatto d’argilla,
come una pelle appiattita di scoiattolo;
china sopra la cera una ragazza guarda.
Non sta a noi divinare il greco Erebo,
per le donne la cera è come il rame per gli uomini.
Noi solo in battaglia ci colpisce il fato,
a loro è dato morire divinando.
Osip Mandel'stam
(trad. di S. Vitale)                                      

domenica 18 novembre 2012

Non c'è nulla di cui serva parlare

Non c'è nulla di cui serva parlare
e non c'è nulla che occorra insegnare;
bella e ricolma di malinconia è questa buia anima ferina:
non c'è nulla che lei voglia insegnare,
in nessun modo lei riesce a parlare,
e come un giovane delfino guizza
per l'universo e i suoi canuti abissi
Osip Mandel’stam
Dicembre 1909, Heidelberg

martedì 16 ottobre 2012

Un povero raggio, con misura fredda

Un povero raggio, con misura fredda,
semina lentamente la luce nel bosco umido.
Io porto la tristezza nel cuore, come un uccello grigio.
Cosa fare con un uccello ferito?
Il cielo che tace, è morto.
Da un campanile velato di nebbia
qualcuno ha tolto la campana.
E resta orfano
e muto lo spazio -
come una vuota torre bianca
dove sono nebbia e silenzio.
Mattino, senza limite di tenerezza -
Metà realtà e metà sogno,
deliquio insoddisfatto,
suono vago di pensieri...
Osip Mandel’štam

Oggi è un brutto giorno

Oggi è un brutto giorno:
dorme il coro delle cavallette
e l'ombra delle cupe rocce
è più tetra di una lapide.
Sibilare di frecce che passano
E grida di corvi profetici...
Vedo, in un brutto sogno,
l'istante inseguire l'istante.
Allontana i limiti dei fenomeni,
distruggi la gabbia terrestre,
leva un inno furioso
il rame dei segreti in rivolta!
O pendolo severo delle anime,
oscilla dritto e sordo
e, con passione, il fato bussa
alla porta proibita, per noi
Osip Mandel’štam

Pedone

Sento una paura invincibile
in presenza dell'altezza misteriosa;
io sono soddisfatto della rondine nei cieli
e amo il volo delle campane!
E, sembra, antico pedone,
che sopra l'abisso, sui ponti che si curvano,
ascolto come cresce una palla di neve
e l'eternità batte sulle ore di pietra.
Se così fosse! Ma io non sono
quel viandante che passa rapido sulle foglie sbiadite
e veramente in me canta la tristezza.
In realtà, la valanga è sulle montagne!
E tutta la mia anima è nelle campane
ma la musica non salva dall'abisso!
Osip Mandel’štam

venerdì 14 settembre 2012

Dove sei...

- è tanto tempo che non so dove sei... se mi senti, se sai quanto ti amo... sono io, Nadja....tu dove sei? -
Osip Mandelstam, lettere

giovedì 13 settembre 2012

No, non è la luna

No, non è la luna, ma un quadrante luminoso
che brilla per me. Di cosa sono colpevole
se sento con le mani la latteità delle deboli stelle?
E mi infastidisce l'aterigia di Batjuško:
"Che ora è?" gli chiesero da più giù
E lui rispose ai curiosi: "è l'eternità."
Osip Mandel’štam - 1912

sabato 8 settembre 2012

Lo dico in brutta copia

Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.
E sotto il cielo dimentichiamo spesso
- sotto un purgatoriale cielo effimero -
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita.
(9 marzo 1937 )
Osip Mandel’stam

domenica 26 agosto 2012

Irreparabile è questa notte

Irreparabile è questa notte,
e da voi continua a esser chiaro in cielo.
Gerusalemme, alle tue porte
hai visto levarsi il sole nero.
Il sole giallo ancor più spaventa
(ninna nanna: su, dormi!) Le esequie
di mia madre nel chiaro tempio
celebrano i figli di Giudea.
Esclusi dalla grazia di Cristo,
privi del sacerdozio, intonano
salmodie nel chiaro tempio – il rito
funebre alle spoglie di una donna.
Ed echeggiano sopra mia madre
le voci dei figli d’Israele.
Dentro la culla gli occhi io riapro,
circonfuso dal sole nero.
Osip Mandel’štam - 1916

martedì 19 giugno 2012

Il vento

Il vento a noi consolazione portò
e nell'azzurro fiutammo
ali assire di libellule
vibrazioni d'angolosa tenebra.
E di minaccia di guerra ottenebrò
lo strato inferiore dei cieli rabbuiati,
bosco micaceo membranoso
di corpi volanti a sei braccia
Nell'azzurro c'è un angolo cieco
e nei beati meriggi c'è sempre,
come accenno di notti che si condensi,
una tremula stella densa di fato.
E a fatica aprendosi la strada
nella squama delle ali storpiate,
sotto la sua mano dall'alto prende
l'universo sconfitto Azrail
Osip Mandel'stam