…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...
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lunedì 14 novembre 2016

...

Invece io mi sono smarrito in un sogno cercando qualcosa che non esiste.

Gabriel García Márquez, Il generale nel suo labirinto

sabato 26 luglio 2014

Sempre c'è un domani

Sempre c'è un domani e la vita ci dà un'altra opportunità per fare bene le cose, ma se sbaglio e oggi è tutto ciò che mi resta, mi piacerebbe dirti che ti voglio bene, e che mai ti dimenticherò.
Gabriel Garcia Marquez 

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/vita/frase-7807>da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/vita/frase-7807>

mercoledì 8 maggio 2013

Si può essere...

Si può essere innamorati di diverse persone per volta, 
e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, 
il cuore ha più stanze di un casino.
Gabriel García Márquez

giovedì 21 marzo 2013

Se per un istante


Se per un istante Dio si dimenticherà che sono una marionetta di
stoffa e mi regalerà un pezzo di vita,
probabilmente non direi tutto quello che penso,
ma in definitiva penserei tutto quello che dico. Darei valore alle
cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano.

Dormirei poco, sognerei di più, andrei quando gli altri si fermano,
starei sveglio quando gli altri dormono, ascolterei quando gli altri
parlano e come gusterei un buon gelato al cioccolato!!

Se Dio mi regalasse un pezzo di vita, vestirei semplicemente,
mi sdraierei al sole lasciando scoperto non solamente il mio corpo
ma anche la mia anima.
Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei il
mio odio sul ghiaccio e aspetterei che si sciogliesse al sole.

Dipingerei con un sogno di Van Gogh sopra le stelle un poema di
Benedetti e una canzone di Serrat sarebbe la serenata
che offrirei alla luna.
Irrigherei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle
loro spine e il carnoso bacio dei loro petali.

Dio mio, se io avessi un pezzo di vita non lascerei passare un solo
giorno senza dire alla gente che amo, che la amo.
Convincerei tutti gli uomini e le donne che sono i miei favoriti e
vivrei innamorato dell'amore.

Agli uomini proverei quanto sbagliano al pensare che smettono
di innamorarsi quando invecchiano,
senza sapere che invecchiano quando
smettono di innamorarsi.
A un bambino gli darei le ali,
ma lascerei che imparasse a volare da solo.

Agli anziani insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma
con la dimenticanza. Tante cose ho imparato da voi, gli Uomini!
Ho imparato che tutto il mondo ama vivere sulla cima della montagna,
senza sapere che la vera felicità sta nel risalire la scarpata.
Ho imparato che quando un neonato stringe con il suo piccolo
pugno, per la prima volta, il dito di suo padre,
lo tiene stretto per sempre.

Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardarne un altro
dall'alto al basso solamente quando deve aiutarlo ad alzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma realmente, non
mi serviranno a molto, perché quando mi metteranno dentro quella
valigia, infelicemente starò morendo.
Gabriel Garcia Marquez

giovedì 20 dicembre 2012

Nessuno ormai si ricorda di Dio a Natale

Nessuno ormai si ricorda di Dio a Natale. Ci sono tante comete e fuochi artificiali, tante ghirlande colorate, tanti innocenti tacchini sgozzati e tante angustie per il denaro, per far bella figura al di sopra delle nostre reali risorse, che uno si chiede – a pensarci un attimo – se ci si rende conto di che incredibili pazzie si compiono per festeggiare il compleanno di un bambino nato più o meno 2000 anni fa in una misera stalla, a poca distanza da dove era nato mille anni prima il Re David.
Novecentocinquantaquattro milioni di cristiani credono che quel bambino fosse Dio incarnato, ma molti in realtà lo festeggiano senza crederlo.
Molti milioni celebrano quello che non hanno mai creduto, ma le feste piacciono molto e molti altri sarebbero disposti a rovesciare il mondo per far sì che nessuno continuasse a crederlo.
Sarebbe interessante verificare quanti credono nel fondo della loro anima che il Natale di oggi è una festa abominevole e non hanno il coraggio di dirlo per un pregiudizio non religioso, ma sociale.
La cosa più grave è il disastro culturale che questi Natali pervertiti provocano in America Latina: prima, quando avevamo solo costumi ereditati dalla Spagna, i presepi domestici erano prodigi dell’immaginazione familiare. Gesù Bambino era più grande del bue, le casette sulla collina erano più grandi della Vergine e nessuno notava gli anacronismi, il paesaggio di Betlemme era completato con un treno di corda, un’anatra di peluche più grande di un leone che nuotava nello specchio della sala o un vigile urbano che dirigeva un gregge di agnelli verso un angolo di Gerusalemme.
In cima si metteva una stella di carta dorata con una lampadina al centro; un nastro di seta gialla indicava la strada ai Re Magi per il cammino della salvezza. Il risultato era brutto di sicuro, ma ci assomigliava. Era meglio di tanti quadri naif mal copiati del doganiere Rousseau.
La mistificazione è cominciata quando non sono stati più i Re Magi a portare i giocattoli, come accade in Spagna e con ragione, ma ha cominciato a portarli il Bambino Gesú.
Noi bambini andavamo a letto presto, per far sì che i regali giungessero presto ed eravamo felici ascoltando le poetiche bugie degli adulti.
Io non avevo più di cinque anni quando qualcuno a casa mia decise che era tempo di dirmi la verità: fu una grande delusione perchè io credevo davvero che era il Bambino Gesù che mi portava i giocattoli e mi sarebbe piaciuto continuare e crederlo.
Con pura logica d’adulto pensai che allora tutti gli altri misteri cattolici erano invenzioni dei genitori per intrattenere i bambini e rimasi nel limbo.
Quel giorno, come dicono i maestri gesuiti alle elementari, io persi l’innocenza perchè scoprii che non erano le cicogne che portavano i bambini da Parigi. Un’altra cosa che mi piaceva credere per pensare di più all’amore e di meno alla pillola.
Tutto è cambiato negli ultimi trent’anni, con un’operazione commerciale di proporzioni mondiali che ha provocato una devastante aggressione culturale.
Il Bambino Gesù è stato cacciato dal trono dal Santa Claus dei gringos e degli inglesi, lo stesso Papà Natale dei francesi che tutti conosciamo anche troppo. È arrivato con tutto: la slitta tirata da un alce, l’abete carico di giochi, sotto una fantastica tempesta di neve.
In realtà questo usurpatore dal naso di bevitore di birra non è altri che il buon San Nicola, un santo che io amo molto perchè era quello di mio nonno, il colonnello, ma che non aveva niente a che veder con il Natale e tanto meno con la notte della vigilia nel Tropico dell’America Latina.
Secondo la leggenda nordica, San Nicola ha ricomposto e resuscitato un gruppo di scolari che erano stati uccisi da un orso in mezzo alla neve e per questo è il Patrono dei bambini.
Ma la sua festa si celebra il 6 dicembre e non il 25.
La leggenda è divenuta istituzionale nelle province tedesche del nord alla fine del XVIII secolo, assieme all’albero e i giocattoli e poco più di cent’anni dopo passò in Gran Bretagna e Francia poi negli Stati Uniti e questi lo mandarono in America Latina con tutta la loro cultura di contrabbando: la neve artificiale, le candeline colorate, il tacchino ripieno e quei quindici giorni di consumismo frenetico al quale ben pochi riusciamo a sottrarci.
Con tutto questo la cosa più sinistra dei Natali del consumismo è l’estetica miserabile che portano con sè: le cartoline indecenti, le campane di vetro, le corone di vischio sulle porte, le canzoni da ritardati mentali che sono villanelle tradotte dall’inglese e tante altre stupidaggini per le quali non valeva nemmeno la pena d’aver inventato l’elettricità.
Tutto questo per la festa più spaventosa dell’anno.
Una notte infernale nella quale i bambini non possono dormire con la casa piena di ubriaconi che si sbagliano di porta, cercando dove orinare o perseguitando la moglie di un altro, se hanno avuto la ventura di addormentarsi su un divano in una sala.
Menzogna: non è una notte di pace e d’amore!
È tutto il contrario, è l’occasione solenne della gente che non si vuole bene, l’opportunità provvidenziale di compiere quegli impegni rimandati perchè non graditi: invitare il povero cieco che nessuno invita, la cugina Isabella che è rimasta vedova quindici anni fa, la nonna paralitica che nessuno vuole mostrare. È l’allegria per decreto, l’affetto per compassione, il momento di regalare perchè ci regalano e di piangere in pubblico senza dare spiegazioni.
È l’ora felice in cui gli invitati si bevono tutto quello che è avanzato il Natale precedente: la crema di menta, il liquore di cioccolato, il vino di banana. Non è raro, come pure succede, che la festa finisca a spari.
Non è raro che i bambini – vedendo tante cose atroci – finiscano col credere davvero che Gesù Bambino non è nato Betlemme, ma negli Stati Uniti.
Gabriel García Márquez

sabato 1 settembre 2012

Una volta lui aveva detto qualcosa

Una volta lui aveva detto qualcosa che lei non riusciva ad immaginare: gli amputati sentono dolori, crampi, solletico alla gamba che non hanno più. Così si sentiva lei senza di lui, sentendolo là dove non c’era più.
Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera

martedì 31 luglio 2012

Dio mio se avessi un pezzo di vita...

Dio mio se avessi un pezzo di vita, non lascerei passare un solo giorno senza dire alle persone che amo, che le amo. Direi ad ogni uomo e ad ogni donna che sono i miei prediletti e vivrei innamorato dell’amore. Mostrerei agli uomini quanto sbagliano quando pensano di smettere di innamorarsi man mano che invecchiano, non sapendo che invecchiano quando smettono di innamorarsi!
Gabriel Garcìa Marquez