…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...
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sabato 13 agosto 2016

Il quaderno nuovo

Davanti al foglio bianco
resto confusa e timida
Così davanti alla porta del tempio
si ferma il pellegrino
Così davanti al viso di una vergine
abbassa gli occhi il dongiovanni.
Guardo avidamente e con amore
come uno scolaro, il quaderno nuovo
per tormentarlo con la penna
scarabocchiando parole senza senso.
Volto la pagina
facendo scempio.
La mia scrittura
si diverte a dare scandalo.
Addentrandomi nel folto del quaderno
come nel folto di un bosco, io mi perdo
e porto da sola tra i fogli luminosi
la mia trionfante pena.
Bella Achatovna Achmadulina

venerdì 26 luglio 2013

Il giardino

Sono uscita in giardino, il rigoglio lussureggiante
però non sta qui ma nella parola “giardino”
che riempie l’orecchio, le narici e lo sguardo
della beltà delle rose cresciute.
La parola è più ampia del luogo:
lì si è comodi e liberi,
lì la terra fertile adotta come figli
gli orfani arbusti che vi crescono.
Virgulto d’ignote innovazioni,
o parola “giardino”, come un giardiniere
fai crescere e moltiplichi i tuoi frutti
con scintillio e stridor di cesoie.
Hanno trovato posto nel tuo libero abbraccio
la casa e il destino della famiglia
che non c’è, e il fiore bianco-smunto
di quella panchina da giardino.
Sei più fertile della terra, nutri
le radici delle chiome altrui, sei
la quercia, la cavità nel tronco, Dubrovskij,
la posta dei cuori e delle parole: amore e sanguel.
Le fronde tue ombrose
sono sempre scure, ma nella calura
perché ha chinato il capo turbato
l’ombrellino di pizzo innamorato?
Non sono forse io, cercatore di un’indolente manina,
ad arrossare il mio ginocchio sul pietrisco?
Misero giardiniere impertinente,
cosa cerco, a chi m’inchino?
Se fossi uscita, dove mai
sarei andata? È maggio, e il fango è secco.
Sono uscita nel vuoto smagrito
per leggervi che la vita è passata.
Passata! Dov’è andata di corsa?
Ha appena sfiorato l’asciutto tormento
delle labbra mute: ha detto che
tutto è per sempre e che io sono per un attimo.
Un attimo in cui non ho visto
né me né il giardino.
“Sono uscita in giardino”, ho scritto.
L’ho scritto? Vuoi dire che c’è
almeno qualcosa? Sì, ed è stupendo:
in giardino senza muovere un passo.
Non sono uscita. Ho solo
scritto: “Sono uscita in giardino”. 
Bella Achmadulina

mercoledì 18 aprile 2012

Suono premonitore

Suono premonitore, da dieci giorni
ti aspetto sulla strada di Parsino
E ancora aspetto sotto la luna piena.
Suono premonitore, sei qui da qualche parte.
Cadi nella fertilità di una ferita aperta.
Perchè mi segui e ti nascondi?
Suono premonitore, per quanto grande
sia la mia colpa, grande è anche il tormento.
Quale orecchio ti ama come il mio?
Mi dice addio la luna piena.
Ma non ho un suono premonitore.
non ho un suono. Ma c'era prima?
Non dividerò con nessuno la mia luna,
e lei nessun altro amerà.
La vita scopre d'un tratto di essere in punto di morte.
Suono premonitore, eccomi
a giocare con la tua assenza sublunare.
Suono premonitore, perdonami.
-Bella Achatovna Achmadulina-

Esorcismo

Non piangete la mia morte - vivrò ancora
in un'allegra mendicante, in una buona ergastolana,
nella donna del sud che gela al nord,
nella pietroburghese tisica e malvagia
al sud malarico - vivrò.
Non piangete la mia morte - vivrò ancora
nella zoppa uscita sul sagrato,
nell'ubriaco accasciato sul tavolo,
e nel povero imbrattatele
che dipinge la Madonna - vivrò.
Non piangete la mia morte - vivrò ancora
nella bimba che impara a scrivere,
che in un futuro indecifrabile, arrossendo
della mia frangetta, i miei versi ripeterà
come una sciocca - vivrò.
Non piangete la mia morte - vivrò ancora
nella più misericordiosa delle suore,
nell'estrema assurdità della guerra,
e alla luce della mia chiara stella
in qualche modo, comunque - vivrò.
Bella Achmadulina 1960 (Dal libro Poesia)

Un giorno

Un giorno, dondolando sull'orlo
di tutto ciò che è, avvertii nel corpo
la presenza di un'ombra irreparabile
che spingeva altrove la mia vita.
Nessuno lo sapeva, solo il quaderno
bianco si era accorto che avevo spento
le candele, accese per crear parole:
senza di loro non mi dispiaceva morire.
Soffrivo tanto! Tanto m'avvicinai
alla fine dei tormenti! Non dissi una parola.
Era l'anima, ancora debole,
che cercava un'altra età.
Mi misi a vivere, e vivrò a lungo.
Da quel giorno chiamo tormento
terreno solo ciò che non ho cantato;
il resto lo chiamo beatitudine. 
Bella Achmadulina

domenica 27 novembre 2011

Crepuscoli

Nei crepuscoli è libertà beata
dalle cifre nette di giorno ed anno
ed epoca. Non ha importanza quando.
la via al profondo è spalancata,
e alla lingua del fuoco.
Non nella guazza che sazia trasecola
d’infiorescenze e neppure nei tronchi
degli alberi riempiti dall’amore,
ci son prove di questo nostro secolo.
Prendine un altro e vivi.
Per smarrimento dell’animo, per pecca
della vista, io sono ritornata
a errare nei viali del passato.
Come riconoscendomi, una vecchia
in disparte mi osserva.
E’ giorno alto e questo luogo è morto.
Ma nei crepuscoli gli occhi son liberi
di vedere una casa, ov’è felice
una famiglia, dove s’aman con trasporto
spropositatamente,
dove attendono sempre ospiti nuovi
ai compleanni, per rumoreggiare,
arrossire, far baciamani, dove
anche me invita una mano, ma dove
mai ospite sarò.
Ma se le loro voci tutte guizzi
posson farsi quiete d’onde e cielo,
di chi sono i fanciulli cinguettanti
sopra i tasti del piano? Di chi i pizzi
ruotan nella sventura?
Ma quando mai concessero la grazia
del saluto ch’è loro, di quel lento
dagli uomini orchestrato antico valzer,
antico segno d’un’altrui mestizia,
e d’un amore altrui?
E’ ancora possibile condurre giochi
per la mente e l’udito, dove agiscan
fiume, albero, vecchia, campo vuoto,
il paese con tre lumini opachi.
Il sorriso indistinto
dell’anima mi va errando là,
lontano, dov’è assenza di memoria,
nella contrada ch’è patria di errore,
di quello strano error che mi darà
estranea lingua e terra.
Ma il senno, per la tenebra in terrore,
ringhia, ritorna in sé, vuol risapere
il disegno distinto delle cose
che son vive, il mio giorno, le mie ore,
il mio tavolo, il letto.
Io vago ancora in un turbine mobile
di rugiade, ma sento l’anatema
che m’invia nel suo barbaro linguaggio,
serrato dentro un pugno irremovibile,
un transistor…

 Bella Achmadulina
(trad. di G. Buttafava)

Racconto sulla pioggia

Tutto il giorno la pioggia non mi lascia.
"Vattene!", io le dico rozzamente;
fa quattro passi indietro, poi, devota,
mesta mi segue come una bambina.
Come un'ala, la Pioggia alla mia schiena
s'è incollata. "Vergognati!", le dico;
"l'ortolano t'invoca lacrimando,
corri dai fiori! Che hai trovato in me?"
Intanto in giro regna un'afa cupa;
dimenticando ogni altra cosa al mondo,
la Pioggia è qui con me, mentre d'intorno
mi danzan i bambini, quasi fossi
la macchina per innaffiare i prati.
M'infilo in un caffè, dentro una nicchia.
Alla finestra, come un accattone,
mi aspetta. Ed all'uscita mi castiga
con uno schiaffo umido sul viso;
ma subito la Pioggia audace e triste
mi lascia sulle labbra un bacio fresco,
che ha il profumo del cucciolo bagnato.
Son buffa col mio fradicio scialletto.
Bella Achatovna Achmadulina

E in ultimo ti dirò - Addio

E in ultimo ti dirò - Addio,
e non promettermi amore.
Perderò la ragione. O troverò
la sublime serenità della follia.
Come mi hai amato? Pregustando
l’offesa della fine. Ma non è questo….
Come mi hai amato? Offendendo i principi
dell’amore. Ma in modo così goffo….
Crudeltà del fallimento, io
non ti perdono. Vivo cammino,
vedo il bianco mondo,
ma il corpo mio è deserto.
La mente vorrebbe ancora un piccolo
lavoro. Ma son deboli le mani.
E uno sciame di odori e di sapori
in volo sghembo si allontana da me.
Bella Achatovna Achmadulina

Vivevo allegra e lesta

Vivevo allegra e lesta. Tu passasti
col cappotto innevato, un vento verde
sotto lo scialle la spalla scoprì.
Tu non mi eri amico e non nemico.
Ecco una trave: sotto passa un fiume.
Nel fiume, dentro tane novembrine,
la mano potrà lavorar la fiamma.
“È fondo?”. “Che ne so? Prova se vuoi!”.
Rido, prendo una foglia con i denti
e dico: “Tu sei un ragazzo audace,
passa su quella trave”. È allarmata
la mano tua. Ti trema il braccio.
È denso il movimento delle ciglia
sulla lenta agonia della pupilla.
Io no, io vado, prima piano piano,
poi più in fretta, sopra il freddo oscuro,
sopra la corsa gelida dei chiozzi.
Tu invece passi per il marciapiede,
dentro il bavero avviluppando il viso.
Con un colpo di tacco nella neve
finisci una cicca incenerita.
Bella Achmadulina

Io sono solo il piede della mia montagna

Io sono solo il piede della mia montagna,
e la grandezza dell'essere
nella conchiglia perlacea della notte
rinchiusa per tutto giugno.
Dentro l'inestinguibile nimbo
alligna lo svolazzo dell'anima.
Non è aperto il libro di Ibsen,
e io sono il fiore che vi è stato seccato.
Qualcuno continua a chiamare: 'Solveig! Solveig!'
nelle cavità delle rocce e dei dizionari.
E, come la coscienza che si confessa,
l'usignolo beatamente veglia.
Nella conchiglia perlacea della notte,
nella sua trasparente penombra
non conosco l'estranea terra vergine,
il suo messo non viene da me.
Lo spazio d'un batter d'occhio
custodisce la mia pupilla.
Non la custodirà: chiamerà
crudelmente il corno universale.
Quando uscirò nel luglio accecante
e ricorderò il luogo e la gente
m'abituerò alla vista estranea
dei tratti esteriori del mio destino?
I giorni diverranno più caldi e più corti
e un gabbiano getterà un po' di luce
nella conchiglia perlacea della notte
una trasparente traccia d'acqua
Bella Achatovna Achmadulina

Mutismo

Chi è stato forte e astuto?
Chi mi ha preso la voce?
Non sa pianger per lui la nera
ferita nella mia gola.
Le tue semplici azioni, o marzo,
sono degne di lode e d'amore,
ma sono morti gli usignoli delle mie parole,
loro giardino è ormai il dizionario.
-Canta di noi!- implorano in coro
la nevicata, il dirupo, il cespuglio.
Grido, ma come il respiro d'inverno
si condensa sulle labbra il mutismo.
L'ispirazione è eccessiva, senza posa
l'anima muta inspira l'attimo fuggente,
non la salverà un altro respiro, ma soltanto
la parola da me pronunciata.
Sospiro, e respiro, e mento:
non devo più nulla
agli alberi coperti di neve
perché non so cantarne la bellezza.
Calmare il battito impazzito,
in ogni modo, o per caso!
E in tutto ciò che ho fretta di cantare
m identificherò per sempre.
Ma ora che son diventata muta
e amava i nomi di tutte le cose,
e sono stanca, son come morta
sarete voi a cantare di me.
Bella Achmadulina

Non dedicarmi troppo tempo

Non dedicarmi troppo tempo,
non pormi tante domande.
Non sfiorare la mia mano
con i tuoi occhi buoni, fedeli.
Non seguirmi in primavera
lungo le pozzanghere.
Lo so: una volta ancora, nulla
verrà fuori da questo incontro.
Forse pensi: è per superbia
che non mi vuole amico.
Non la superbia-l'amarezza
tiene così alta la mia testa.
Bella Achmadulina