…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

giovedì 14 febbraio 2013

Chi trova un ferro di cavallo

Guardiamo il bosco e diciamo:
ecco un bosco da navi, da alberi di nave:
conifere rosate
libere fino alla cima dal loro irsuto carico di rami;
sono fatte per mandare scricchiolii nella tempesta
come italici pini solitari
dentro un’aria stizzosa che non è più di bosco;
sotto il tallone salso del vento resisterà l’archipendolo
fissato alla danzante tolda,
e il navigatore,
nella sua indomita brama di spazio,
recando con sé tra gli umidi solchi il fragile strumento
dell’esperto di geometria,
metterà a confronto la scabra superficie marina
con l’attrazione del grembo terrestre.
E inspirando l’odore
delle lacrime di resina che il fasciame trasuda,
ammirando le tavole di legno
inchiodate, connesse in paratie
non dal mite carpentiere di Betlemme, ma da un altro –
il padre dei viaggi, l’amico di colui che va per mare –,
noi diciamo:
s’ergevano anche loro sulla terra
scomoda come la groppa di un asino,
con cime dimentiche delle radici,
là, su un glorioso crinale,
e strepitavano sotto rovesci di acqua dolce
offrendo invano al cielo temporalesco, in cambio d’un
pizzico di sale,
il proprio nobile fardello.
Da dove cominciare?
Tutto crepita e oscilla.
L’aria vibra di similitudini.
Non c’è parola migliore di un’altra;
la terra emette un rombo di metafore,
e leggere bighe,
nella bardatura sgargiante di stormi d’uccelli che lo sforzo
addensa,
fanno di tutto per gareggiare
coi beniamini sbuffanti degli ippodromi.
Tre volte beato chi ospita un nome nella sua canzone;
la canzone che si fregia di un titolo
vive più a lungo delle altre –
e la fa spiccare in mezzo alle compagne una benda sulla
fronte
che la tiene al riparo dai deliquii, da un odore troppo
forte che stordisce –
ne siano causa la vicinanza di un corpo d’uomo
o il pelame di un robusto animale selvatico
o semplicemente poche foglie di timo stropicciate fra le
palme delle mani.
L’aria talvolta è buia come l’acqua, e tutte le creature ci
nuotano dentro come pesci
fendendo con le pinne una sfera compatta,
elastica, intrisa appena di calore, –
una massa cristallina in cui girano ruote e sbandano
cavalli,
umido černozёm di Neera ridissodato ogni notte
con forconi, tridenti, zappe, vomeri.
L’aria ha lo stesso impasto della terra:
non si può uscirne, costa fatica entrarvi.
Un fruscio percorre gli alberi come se li colpisse una verde
mazza di laptà.
Fanciulli giocano a dadi con vertebre di bestie morte.
Il fragile calendario della nostra era si approssima alla fine.
Grazie per ciò ch’è stato:
sì, ho sbagliato, ho smarrito la via, non ho calcolato giusto.
L’era echeggiava come un globo d’oro,
cava, fusa, non sorretta da nessuno;
ad ogni tocco rispondeva con un “sì”, un “no”.
È la risposta di un bimbo che dice:
“Ti do la mela” o “Non ti do la mela”.
E il suo viso è un calco esatto della voce che pronuncia la
frase.
Il suono echeggia ancora, benché ne sia svanita ormai la
fonte.
Il destriero giace bianco di schiuma nella polvere e soffia,
ma il teso arco del suo collo piegato all’indietro
serba ancora memoria della corsa con le zampe lanciate
da ogni parte,
allorché non erano più quattro,
bensì tante quante le pietre della strada,
rinnovate in quattro tempi,
tanti quanti le volte che si stacca da terra il cavallo che va
all’ambio, sprigionando calore.
Così
chi trova un ferro di cavallo
ne soffia via la polvere
e lo sfrega con lana finché non torna a splendere;
allora
l’appende sopra la soglia
perché abbia quiete,
ché non dovrà più far scoccare scintille dalle selci.
Labbra umane
che non hanno più nulla da dire
conservano la forma dell’ultima parola che hanno detto,
e nella mano resta la sensazione del peso
anche se la brocca
s’è a mezzo svuotata
mentre la si portava verso casa.
Quel che ora dico non sono io a dirlo,
ma è riesumato come chicchi fossili di grano.
Certuni
sulle monete imprimono un leone,
altri
una testa;
pasticche eterogenee di rame, oro, bronzo
riposano con uguali onori sottoterra.
L’epoca, tentando di spezzarle, vi ha inciso i propri denti.
Il tempo mi assottiglia come una moneta,
e a me stesso più non basto ormai.
Osip Mandel'štam
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