…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

mercoledì 31 luglio 2013

L'illogica allegria

Da solo
lungo l'autostrada
alle prime luci del mattino.
A volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino.
Lo so
del mondo e anche del resto
lo so
che tutto va in rovina
ma di mattina
quando la gente dorme
col suo normale malumore
mi può bastare un niente
forse un piccolo bagliore
un'aria già vissuta
un paesaggio o che ne so.
E sto bene
Io sto bene come uno quando sogna
non lo so se mi conviene
ma sto bene, che vergogna.
Io sto bene
proprio ora, proprio qui
non è mica colpa mia
se mi capita così.
È come un'illogica allegria
di cui non so il motivo
non so che cosa sia.
È come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente
Io sto bene...
Questa illogica allegria
proprio ora, proprio qui.
Da solo
lungo l'autostrada
alle prime luci del mattino.
Giorgio Gaber

Non tradisce mai...


Porto

Della vita
sapevamo solo la noia
eravamo i pensosi rematori
senza viaggio
sul bronzo di una moneta di Tiro.
Luciano Erba

Altro posto di lavoro

Non vorrai dirmi che tu
sei tu o che io sono io.
Siamo passati come passano gli anni.
Altro di noi non c'è qui che lo specimen
anzi l'imago perpetuantesi
a vuoto -
e acque ci contemplano e vetrate,
ci pensano al futuro: capofitti nel poi,
postille sempre più fioche
multipli vaghi di noi quali saremo stati.
Vittorio Sereni

Quello che resta

Sono i boschi quelli che tornano?
Sono proprio quelli dove l'amore
rotolando
ci graffiava fra i rovi
ed era come un ruscello felice di noi
reso infuocato da dolcissime stelle di sangue?

I boschi nella notte
con l'amore che ora tace
tanto da sentire solo il brivido delle foglie al vento
e il ritmo profondo che dal petto
batte verso la terra e il cielo.

E' un conforto indicibile non smettere di ricordare,
avere gli occhi sempre pieni di quel tempo felice,
di quelle notti in cui l'amore era in noi
l'unico, vero, insostituibile dio
vivo nei boschi, per noi.
Rafael Alberti

lunedì 29 luglio 2013

Di calendari, di meridiane

Sai tutto di me: sai anche quello
che è posato sulla mia scrivania.
Non devo entrare, hai ragione:

e non passa il tempo, o passa
inavvertibile in tua compagnia.
Il sole è ancora alto, come è possibile?

Nell'edera dove tu affondi
i piedi, le tue scarpe di corda,
quei brividi sono gechi che la traversano

in cerca di caldo. Il giardino
è in una rete di verdechiaro
e di oro inazzurrato. Andare via

ancora, riprendere il cammino,
hai ragione: non è questione
di calendari, di meridiane.
Giuseppe Conte
da "Dialogo del poeta e del messaggero"

Estiva

Che ora è questa che saluta
il muro sbiadito con calda luce
e silenzioso cenno, e sommuove
l'aria tremante di giugno?

Ardi immobile, azzurro,
lustrate foglie della magnolia
e tu fiore profuma il giorno,
consuma i tuoi petali bianchi

sino alla dissoluzione, a noi
gli occhi chiusi arrossa
il riverbero estivo cui
solitaria cicala s'accompagna.
Attilio Bertolucci

Affinità lunare

Quali particolari affinità gli sembrava esistessero fra la luna e la donna?
La sua antichità nel precedere e sopravvivere a successive generazioni telluriche: la sua dominazione notturna: la sua dipendenza di satellite: il suo riflesso luminare: la costanza in tutte le sue fasi, il sorgere, il tramontare al momento stabilito, luna crescente e calante; l'invariabilità forzata del suo aspetto: la sua risposta indeterminata all'interrogazione non affermativa: il suo influsso sul flusso e riflusso delle acque: il suo potere di far invaghire, di mortificare, di rivestire di bellezza, di rendere folli, di incitare e coadiuvare alla delinquenza: la tranquilla imperscrutabilità del suo volto: la terribilità della sua isolata dominante implacabile risplendente vicinanza: i suoi auspici di tempesta e di bonaccia: lo stimolo della sua luce, del suo movimento e della sua presenza: l'ammonimento dei suoi crateri, i suoi mari aridi, il suo silenzio: il suo splendore, quando visibile: la sua attrazione quando invisibile...
James Joyce
Ulisse

La sera

Le sere che saranno e che sono state
sono una sola, inconcepibilmente.
Un solo e chiaro cristallo dolente
intangibile al tempo smemorato.
Sono lo specchio di questa sera eterna
che in un cielo segreto si fa tesoro:
lo stesso in cui sta il pesce e sta l'aurora,
la bilancia, la spada e la cisterna.
Ogni archetipo. Ugualmente Plotino
ci insegna nei suoi libri (sono nove)
che forse nella nostra vita breve
si intravede un riflesso del divino.
E la casa ci appare attorniata
da quell'unica sera elementare:
sera d'oggi, di ieri, non ancora passata.
Jorge Luis Borges

Il cerchio vuoto del passato

‘Passato’! Che parola stupida!
Perché ‘passato’?
Passato e puro nulla sono un tutt'uno.
E perché allora questo continuo creare?
Per travolgere
nel nulla quello che è stato creato?
‘È passato!’ Come dobbiamo
concepire questa parola?
È come non fosse mai stato
eppure vi giriamo in tondo, come esistesse.
Se fosse per me
preferirei al passato
il vuoto eterno...
Johann Wolfgang Goethe
Faust

Gioia postuma

Essere abbandonato, può essere un gran bene...
Per quella luce immensa che viene dal passato
che, dopo l'estate, all'arrivo del freddo
il sole non ti fa dimenticare.

Ti resta qualche fiore disseccato
nei fasci delle lettere d'amore,
il ricordo di quei due occhi chiari
che nella prima volta ti sorrisero.

E' vero che ora non hai che buio e poi dolore:
ma in quel ricordo la gioia li sovrasta.
E quella gioia ti apre un mondo nuovo,
e anche una consapevolezza che si fa ragione.

Ecco perché dico che essere abbandonato
potrebbe essere un bene,
se penso al destino triste
di chi l'amore non ha mai provato.
Mikhail Alekseevič Kuzmin
in La violetta notturna
Antologia dei poeti russi del '900

Mattina d'inverno

Ecco le voci cadono e gli amici
sono così distanti
che un grido è meno
di un murmure a chiamarli.
Ma sugli anni ritorna
il tuo sorriso limpido e funesto
simile al lago
che rapisce uomini e barche
ma colora le nostre mattine.

Vittorio Sereni
da Frontiera

domenica 28 luglio 2013

Tempo e tempi

Non c'è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s'intersecano. E' quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell'unico tempo. Ma in quell'attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

Eugenio Montale

Procedi lesta

Procedi lesta, avvolta dal vento,
pura nella luce, quasi avvinta,
mentre la stanza, ridotta a un niente
conserva ciò che resta dietro te.
Opaca come la base di un cammeo
che lascia passare solo un piccolo raggio al margine
tu rifletti sul fatto che la sera
non era sera
prima che tu uscissi a guardarla.
Solo poco di te porti nelle mani,
lo fai per sentirti leggera
come lo sono quelle case in fila verso cielo.
Ed è a loro che fai dono di te,
da tutto ormai distaccata.
Rainer Maria Rilke

sabato 27 luglio 2013

...


Non c'è ritorno

Non c'è ritorno.
Però ci sono alcuni movimenti
che si assomigliano al ritorno
come il fulmine alla luce.
 E' come se fossero
forme fisiche del ricordo,
un volto che torna a formarsi tra le mani,
un paesaggio sprofondato che si reinstalla nella retina,
cercare di misurare ancora la distanza che ci separa dalla terra,
tornare a verificare che gli uccelli continuano a vigilarci.
 Non c'è ritorno.
Ciò nonostante,
tutto è una aspettativa all’incontrario
che cresce all'indietro.
  Roberto Juarroz
dalla raccolta "Poesía Vertical"

Elogio alla morte

Se la morte fosse un vivere quieto,
un bel lasciarsi andare,
un'acqua purissima e delicata
o deliberazione di un ventre,
io mi sarei già uccisa.
Ma poiché la morte è muraglia,
dolore, ostinazione violenta,
io magicamente resisto.
Che tu mi copra di insulti,
di pedate, di baci, di abbandoni,
che tu mi lasci e poi ritorni senza un perché
o senza variare di senso
nel largo delle mie ginocchia,
a me non importa perché tu mi fai vivere,
perché mi ripari da quel gorgo
di inaudita dolcezza,
da quel miele tumefatto e impreciso
che è la morte di ogni poeta.
 Alda Merini

 

Identificazione

Hai fatto bene a venire – dice.
Hai sentito che giovedì è caduto un aereo?
Be’, sono venuti a cercarmi
proprio a questo proposito.
Pare che lui fosse nella lista passeggeri.
Be’, che vuol dire, può aver cambiato idea.
Mi hanno dato un cachet per tenermi su.
Poi mi hanno mostrato qualcuno, non so chi.
Tutto nero, bruciato, eccetto una mano.
Un brandello di camicia, un orologio, un anello.
Mi sono infuriata, perché di certo non era lui.
Non mi avrebbe fatto lo scherzo di ridursi così.
E di camicie simili sono pieni i negozi.
E quell’orologio è un orologio normale.
E quei nostri nomi sul suo anello
sono nomi molto comuni.
Hai fatto bene a venire. Siediti qui accanto.
Lui, in effetti, doveva tornare giovedì.
Ma quanti giovedì ci sono ancora nell’anno.
Ora metto sul fuoco il bollitore per il tè,
mi lavo i capelli, e poi, che farò poi,
proverò a svegliarmi da tutto questo.
Hai fatto bene a venire, là dentro faceva freddo,
e lui solo con quella specie di sacco a pelo di gomma,
lui, cioè quel povero disgraziato là.
Ora metto sul fuoco il giovedì, lavo il tè,
perché questi nostri nomi sono in fondo comuni.
Wislaswa Szymborska
da La gioia di scrivere - Tutte Le Poesie (1945-2009) 

venerdì 26 luglio 2013

Paese di nebbia

D’inverno la mia amata
è tra gli animali del bosco.
Ch’io debba tornare prima che si faccia giorno
sa la volpe e ride.
Come tremano le nuvole! E sul
bavero di neve uno strato
mi cade di ghiaccio incrinato.
D’inverno la mia amata
è un albero tra gli alberi e invita
le cornacchie tapine
tra i suoi bei rami. Sa
che il vento all’alba
solleva il suo abito da sera
rigido, ricoperto di brina
e mi ricaccia a casa.
D’inverno la mia amata
è tra i pesci ed è muta.
Succube delle acque, mosse
da dentro dalla carezza delle sue pinne,
sto in piedi sulla riva, e vedo
com’ella si tuffa e vira,
finché lastre di ghiaccio non mi scacciano.
E di nuovo bersaglio del grido di caccia
dell’uccello che su di me spiega
rigide le ali, mi abbatto
in aperta radura: lei spenna
i polli e mi getta una bianca
clavicola. La metto intorno al collo
e vado via in mezzo al vortice amaro delle piume.
Infedele è la mia amata,
lo so, talvolta si reca in città
sospesa su tacchi alti,
nei bar, con la cannuccia,
ai bicchieri dà un bacio profondo,
e ha parole per tutti,
ma questa lingua io non comprendo.
Di nebbia un paese ho veduto
Di nebbia un cuore ho mangiato.
Ingeborg Bachmann

Il giardino

Sono uscita in giardino, il rigoglio lussureggiante
però non sta qui ma nella parola “giardino”
che riempie l’orecchio, le narici e lo sguardo
della beltà delle rose cresciute.
La parola è più ampia del luogo:
lì si è comodi e liberi,
lì la terra fertile adotta come figli
gli orfani arbusti che vi crescono.
Virgulto d’ignote innovazioni,
o parola “giardino”, come un giardiniere
fai crescere e moltiplichi i tuoi frutti
con scintillio e stridor di cesoie.
Hanno trovato posto nel tuo libero abbraccio
la casa e il destino della famiglia
che non c’è, e il fiore bianco-smunto
di quella panchina da giardino.
Sei più fertile della terra, nutri
le radici delle chiome altrui, sei
la quercia, la cavità nel tronco, Dubrovskij,
la posta dei cuori e delle parole: amore e sanguel.
Le fronde tue ombrose
sono sempre scure, ma nella calura
perché ha chinato il capo turbato
l’ombrellino di pizzo innamorato?
Non sono forse io, cercatore di un’indolente manina,
ad arrossare il mio ginocchio sul pietrisco?
Misero giardiniere impertinente,
cosa cerco, a chi m’inchino?
Se fossi uscita, dove mai
sarei andata? È maggio, e il fango è secco.
Sono uscita nel vuoto smagrito
per leggervi che la vita è passata.
Passata! Dov’è andata di corsa?
Ha appena sfiorato l’asciutto tormento
delle labbra mute: ha detto che
tutto è per sempre e che io sono per un attimo.
Un attimo in cui non ho visto
né me né il giardino.
“Sono uscita in giardino”, ho scritto.
L’ho scritto? Vuoi dire che c’è
almeno qualcosa? Sì, ed è stupendo:
in giardino senza muovere un passo.
Non sono uscita. Ho solo
scritto: “Sono uscita in giardino”. 
Bella Achmadulina

Il corpo sta alla terra come il cuore all'addio

Il corpo sta alla terra come il cuore all'addio
bestie intrecciate che si appartengono per destino
nonostante la lotta.
Prima si perde il sonno, poi i capelli,poi
tante parole fino a io, quella che tiene tutto.
Dopo dilaga l'urlo che stava quieto per educazione,
si rende l'anima al cielo da cui cadde - sei animale,
sei pronto.
C'è un ordine, in ogni morire, che conquista.

Di che cosa ragiono? più di nulla,
prevedo i temporali,
lascio che l'autunno mi riguardi, resto fuori,
faccio equazioni fino all'alba
tra un'aquila e uno specchio, scommetto
di tramutare un sasso nel sasso di sempre
sotto gli occhi degli altri,
che ogni cosa sia la cosa stessa se la guardo.
Sento che è poco,
voglio che sia meno.
Sognare un ago immenso che cuce inutilmente il cielo. 
Silvia Bre

Vita Sackville-West a Virginia Woolf

Sono ridotta a una cosa che desidera Virginia. Avevo composto per te una bellissima lettera, nelle ore da incubo della mia notte insonne, ed è sfuggita: mi manchi e basta, in un modo molto semplice, disperato e umano. Tu, con tutte le tue lettere non mute, non scriveresti mai una frase elementare come questa; forse non la sentiresti nemmeno. Tuttavia credo che ti accorgerai di un piccolo vuoto. Ma lo rivestiresti di una frase tanto squisita che perderebbe un po’ della sua realtà. Mentre per me è una cosa fortissima: mi manchi ancor più di quanto credessi: ed ero pronta, a sentire la tua mancanza, e molto. Così, in realtà, questa lettera è solo uno strillo di dolore. E incredibile quanto sei diventata essenziale per me. Suppongo che tu sia abituata a sentirti dire cose del genere. Maledetta te, creatura viziata; non riuscirò a farmi amare di più, da te, scoprendomi così — ma oh mia cara, non posso essere furba e scostante, con te: ti amo troppo, per farlo. Troppo sinceramente. Non hai idea di quanto possa essere scostante, con la gente che non amo. Ne ho fatta un’arte raffinata. Ma tu hai abbattuto le mie difese. Non che ne sia davvero risentita.
Comunque, non ti tedierò oltre.
Siamo ripartiti, il treno balla di nuovo. Dovrò scrivere dalle stazioni - che per fortuna nella pianura lombarda sono molte.
Venezia. Le stazioni erano molte, ma non avevo calcolato che l’Orient Express non si ferma. Ed eccoci a Venezia per dieci minuti soltanto, ben poco tempo per tentare di scrivere. Neanche il tempo per comprare un francobollo italiano, quindi dovrò imbucare a Trieste.
In Svizzera le cascate erano gelate, dure tende di ghiaccio iridescente appese alla roccia; molto bello. E l’Italia tutta ammantata di neve.
Stiamo per ripartire. Dovrò aspettare fino a Trieste, domattina. Per favore perdonami di aver scritto una lettera così infelice.

 tratta da "Adorata creatura. Le lettere di Vita Sackville-West a Virginia Woolf" 

giovedì 25 luglio 2013

The final cut - Pink Floyd

E se ti mostro il mio lato oscuro
Mi stringerai ugualmente questa notte?
E se ti apro il mio cuore
E ti mostro il mio lato debole,
Che cosa farai?

...


nell’udire certe dissonanze al lento chiaro di luna

(nell’udire certe dissonanze al lento chiaro di luna)

 poichè ciò che, infreddoliti, nè io nè te capiamo,
è ben oltre le nostre speranze, forse
è vero amore, disse la cornamusa
congelandosi. Mentre in lente volute le note parlavano [senza paura
io chiusi gli occhi e cantai lentamente, una stretta
nel pulsare di tutte le moltitudini.

Amelia Rosselli

Amicizia

Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c’incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam riaspettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto,
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.
Vincenzo Cardarelli

Ci penso ogni notte, volubile ora

Ci penso ogni notte, volubile ora
di andare altrove: via domani dalle tue mani.
Ma sul far del giorno il primo passo fuori porta
mi ricorda del nostro amore, amore mio,
e non lascia che al passo segua altro passo.
Vedo ognuno innamorarsi d’ogni cosa e d’ogni volto
ma per chi mai se non te potremmo noi appassionarci?
Solo questo ti basti, te lo dico:
che mai nello specchio delle mie fantasie
l’effige d’altri volti fatti corpo
si tinse come te di bellezza.
Ricorda l’amore struggente di Vāmeq per ‘Azrā di Paros
si rinnova oggi in noi quell’antico racconto.
È tempo ormai che rose e giacinti ricolmino le valli
per giardini se ne vanno le genti cantando.
Nuove pene ogni mattino nel tempo dei giorni
non importa – mi dico – se il dolore si aggiunge al dolore.
Ma sarà per me poi solo questa la vita?
Va bene, sopporto quest’oggi, e anche domani.
Sa‘di di Sciraz (XIII d. C.)

L'altro

Non dobbiamo avere paura
delle differenze d’opinione.
Se tutti la pensassimo allo stesso modo
il mondo sarebbe molto noioso.
Ma non vale la pena uccidere
per le differenze d’opinione.
Dobbiamo cercare di comprendere l’altro
per una semplice ragione:
perché noi siamo
l’altro dell’altro.
José Saramago

mercoledì 24 luglio 2013

Dietro i vetri

A riva del tuo balcone
arioso, dai grezzi colori
degli orti già in fioritura
di menta, estate ansiosa
come una febbre sale
al tuo viso, e lo brucia
col fuoco dei suoi gerani.
Col gesto delle tue mani
solito, tu chiudi. Dietro
i vetri, nello specchiato
cielo coi suoi rondoni
più fioco,
da me segreta ormai
silenziosa t’appanni
come nella memoria. 
Giorgio Caproni

Al quinto piano

Ancora buio.  
L’uccello sconosciuto sta sul ramo solito.  
Nel sonno abbaia il cagnolino dei vicini,  
lo fa una volta sola, in tono interrogativo.  
S’interroga nel sonno anche l’uccello, forse,  
una volta o due, trillando tremulo.  
Domande – se poi domande sono –   
che ottengono risposta, pronta, semplice,  
dal giorno in persona.

Meticoloso, ponderoso, enorme  
mattino; luce grigia  
che minia ogni ramo spoglio, ogni singolo  
fuscello, da una parte sola, dando  
un altro albero di venature vitree...  
 L’uccello è sempre li. Ora sembra sbadigliare.

Il cagnolino nero corre nel cortile.
La voce del padrone s’alza, aspra:  
“Dovresti vergognarti!”.  
Cosa ha fatto?
Allegro lui saltella su e giù;  
scorrazza in tondo tra le foglie morte.

Senso della vergogna, zero.  
Lui e l’uccello sanno che c'è una risposta  
a tutto, a tutto si provvede, non occorre  
rifare la domanda.  
– Ieri ha portato a oggi senza sforzo!  
(Uno ieri per me quasi impossibile rimuovere).
Elizabeth Bishop  
Da Miracolo a colazione

L'Anima sceglie i suoi Compagni

A Beatrice
L'Anima sceglie i suoi Compagni -
Poi - chiude la Porta -
Alla sua divina Maggiore età -
Non presentarne più -
Impassibile - nota le Carrozze - che si fermano -
Al suo modesto Ingresso -
Impassibile - un Imperatore inginocchiarsi
Sul suo Zerbino -

Mi risulta che - in mezzo a tanti -
Ne sceglie Uno -
Poi - chiude le Valve della sua attenzione -
Come una Pietra -

Emily Dickinson
The Complete Poems

Il tempo

Il tempo
è un battito di minuti che si sente
a intervalli e si perde e ritrova
senza spavento, mentre l’ultima
luce del giorno s’appende a un comignolo
solitario, al curvo viandante
che se ne va e non torna sino all’anno
nuovo. Allora si sarà aperta l’aria
un’altra volta, le strade tenere
nel disgelo porteranno qua e là
in una confusione di raffreddori e di auguri,
i piccioni nel prato, le lenzuola nel cielo
la posta del mattino azzurra fra le mani.
Attilio Bertolucci da “La capanna indiana”

Tenendo le cose assieme

In un campo
io sono l'assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l'aria
e sempre
l'aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose. 
Mark Strand

Dal lungo party triste

Qualcuno stava dicendo
qualcosa riguardo ombre che coprono il campo, riguardo
lo scorrere dell'esistenza, di come ci si addormenti verso il mattino
ed il mattino passi.

Qualcuno stava dicendo
di come il vento muoia ma poi ritorni,
di come le conchiglie siano le bare del vento
ma il tempo continui.

Era una lunga notte
e qualcuno disse qualcosa riguardo a come la luna perdeva il suo
bianco
sul freddo campo, come non ci fosse nulla davanti a noi
oltre le solite cose.

Qualcuno menzionò
una citta in cui era stata prima della guerra, una stanza con due
candele
contro un muro, qualcuno che danzava, qualcuno che guardava.
Cominciamo a credere

che la notte non avrebbe avuto termine.
Qualcuno stava dicendo che la musica era finita e nessuno
se n'era accorto.
Allora qualcuno disse qualcosa riguardo i pianeti, riguardo le
stelle,
di quanto fossero piccole, quanto fossero lontane. 
Mark Strand

martedì 23 luglio 2013

...


Voglio pensare al cuore

Voglio pensare al cuore che hai
mentre danzi
e scavi le braccia
e il capo sollevi
come a donarti intera all’aria.
Quel cuore io cerco;
con esso raggiungerai il gesto preciso
che ti farà alta nell’arte che ami
e per la quale, come me, consumi ogni fuoco.
Ma come sei distante nel tempo!
Mi pare talvolta,
e lo temo fino all’angoscia
nella mia solitudine di uomo,
che tu possa scomparire
come sei apparsa
improvvisamente quella sera
con un po’ di fuoco nei capelli e sulla fronte.
Penso anche che andrai ora
dove non posso vederti,
più distaccata da me.
La memoria mi aiuterà a soffrire ancora di più:
poiché in fondo noi siamo
della razza di coloro
che hanno per legge questa assidua pena
di cercare armonia
conquistando il dolore.
Salvatore Quasimodo

Io e colei che fui

Per un minuto di vita breve
per un minuto vedere
nel cervello piccoli fiori
che danzano come parole sulla bocca di un muto
Lei si spoglia nel paradiso
della sua memoria
lei non conosce il destino feroce
delle sue visioni
lei ha paura di non saper nominare
ciò che non esiste
Salta con la camicia in fiamme da stella
a stella, da ombra in ombra. Muore di
morte lontana quella che ama il vento.
Ora
in quest’ora innocente
io e colei che fui ci sediamo
sulla soglia del mio sguardo
Alejandra Pizarnik

Meglio che ogni fibra si spezzi

Meglio che ogni fibra si spezzi
e il furore dilaghi
e il sangue vivo inzuppi
letto, tappeto, pavimento
e l’almanacco istoriato di serpenti
che ti conferma
a un milione di contee da qui,
che non sedere muta, con questi spasmi
sotto stelle pungenti,
con l’occhio fisso, con maledizioni
ad annerire il momento in cui
furono detti gli addii e lasciati andare i treni
e io, grande idiota magnanima, fui così strappata
al mio unico regno.
Sylvia Plath

...

Grazie Beatrice...