…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...
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venerdì 11 aprile 2014

Resurrezione

In questa notte assetata mi sono chiesto
chi sei e chi sei.
Perchè è triste la tua carne come un legno esaurito
e perchè hai colma la bocca di spilli.
E lentamente, questa notte ti ho separata
come un albero d'amore dal resto delle donne
e facendo del mio sangue un'acqua ho battezzato
con essa le tue angustie e i tuoi piaceri.
E ho detto alla morte che non può uccidermi!
E ho detto alla vita che non può vincermi!
E ho detto alla terra che se riesce a seppellirmi
dovunque sia tu andrai a raccogliermi!
E ho detto al nulla che se riesce a spegnermi,
tu, con i tuoi grandi baci, tornerai a incendiarmi!
Jorge Debravo

giovedì 10 gennaio 2013

Dicembre

Per te e me finirono i giorni di dicembre
di vento freddo e solitaria camera da letto.
La tua patria è andata lontana dalla mia patria
e la tua bocca non s’incastra più alla mia bocca.
Ci afferrò il destino per le braccia
e non ci consentì di salutarci.
Qualche dio rancoroso ha fatto
a pezzi le nostre ultime carezze.
Non torneremo a consumare assieme
la colazione negli stessi piatti,
con le gambe incrociate sotto il tavolo.
Le nostre mani già non sono le nostre mani.
È morto in noi - come un buon amico
nella stanza dell’anima, l’entusiasmo.
Jorge Debravo

venerdì 24 agosto 2012

Un inno per l'occhio

Io dico che se l’anima ha un posto,
quel posto è l’occhio.
L’occhio che alimenta il nostro amore
e la nostra gioia.
L’uomo stesso, l’uomo
tutto fuoco e sorpresa,
non potrebbe essere uomo
senza l’occhio.
La vita, il mare, il cielo,
tutto era una vaga maceria,
fino a che un giorno l’occhio riunì tutto ciò ch’era vivo
e lo avvicinò ai volti.
Tutta l’eternità venne giustificata
il giorno che tutte le cose più vive della vita
si fecero pozzo di sorpresa
nell’occhio.
Jorge Debravo

Piccolo funerale

Per te e me finirono i giorni di dicembre
di vento freddo e solitaria camera da letto.
La tua patria è andata lontana dalla mia patria
e la tua bocca non s’incastra più alla mia bocca.
Ci afferrò il destino per le braccia
e non ci consentì di salutarci.
Qualche dio rancoroso ha fatto
a pezzi le nostre ultime carezze.
Non torneremo a consumare assieme
la colazione negli stessi piatti,
con le gambe incrociate sotto il tavolo.
Le nostre mani già non sono le nostre mani.
È morto in noi - come un buon amico
nella stanza dell’anima, l’entusiasmo.
Jorge Debravo

Appunto interiore

Oggi la mia vita non ha alcun peso:
è un vento, meno d’un vento, meno
d’una riga di luce.
Ora nessuno
può essermi sgradito.
Non ci sono terreni
risentimenti nella mia anima.
Il mio sangue è una rossa armonia viva.
Sono in armonia con la brace e la calma,
con la voce amorosa e quella vendicativa.
Sembra che le mie mani non ci siano, sembra
che il mio corpo nuoti in un’acqua innocente.
Come un vento nudo il mio cuore si dondola
e dolcemente fa suonare campane.
Jorge Debravo

Vigilia

Albero sono, amore mio. Le mie radici
crescono sotto il tuo sangue.
Sono tutte quelle vene che lottano
nella tua carne
e si ritorcono.
Sono la radice del tuo paese:
le sue strade,
e i suoi bambini,
e i suoi venerdì.
Eccomi qui scosso, vigilando,
pieno di spicchi verdi,
proteggendo la tua anima coi miei legni,
difendendo i tuoi baci coi miei denti,
seminando questo mio amore
come un occhio
al di sopra della tua vita e della tua morte.
Jorge Debravo

giovedì 24 maggio 2012

Come una barca se ne andò il desiderio

Come una barca se ne andò il desiderio.
Come un’assurda barca
piena di baci e di pelle matura.
Smarrii la maniera di abbracciarti
chissà in lontananze, dimenticate regioni.
Mi trovo perso in mezzo alla tua carne.
Mi sveglio nel fondo dei tuoi occhi
solo come una statua.
Il tuo amore ha il sapore dell’esilio.
Come un esiliato arrivo al tuo cuscino.
Mi attendi come fossi uno straniero.
Jorge Debravo

martedì 21 febbraio 2012

Gli amanti

Sono grandi, avventurosi, come fatti di luna nel
mezzo della notte.
Ardono come legno. Distillano un' acqua fresca e
deliziosa, come la linfa dei grandi alberi.
Non sembrano venire dalle rocce terrestri: li
immaginiamo germogliati dalle caverne più selvagge e
profonde. O saliti forse da un fosso oceanico
dove hanno appreso dalle sirene l'arte dell'abbraccio
fino ad avere braccia trasformate in serpenti.
Se non avessero nomi come i nostri, non li
crederemmo umani. Li penseremmo abitanti di
stelle sconosciute, di pianeti di frumento.
Nell' ombra si confondono, a volte, con gli
dèi. Scivolano e si spaventano come animali,
assomigliando oltremodo agli dèi.
Non osano la parola: usano il gemito e il sussurro. Le
parole più corte della terra e più parole, senza
dubbio.
Quando torno a casa chiederò alla Morte che non
venga per loro. Sarebbe bello che li lasciasse liberi per
sempre e che uscissero per strada abbracciati, come
profeti di un rito vegetale e poderoso.
Noi gli canteremmo canzoni di allegria e gli
metteremmo collari di foglie fresche. Grandi collari
utili come guanciali quando si trovassero
senza cuscini in qualche luogo amaro della
terra.
Jorge Debravo

sabato 7 gennaio 2012

Poesia dell'amore inevitabile

Tu arrivasti alla mia anima quando era dimenticata:
le porte divelte, le sedie nel canale,
le tende cadute, il letto sradicato,
la tristezza curata come un vaso di fiori.
Con le tue piccole mani di donna laboriosa
ponesti tutte le cose in fila:
lo sguardo al suo posto, al suo posto la rosa,
al suo posto la vita, al suo posto la stuoia.
Lavasti le pareti con uno straccio bagnato
nella tua chiara allegria, nella tua fresca dolcezza,
collocasti la radio nel luogo appropriato
e pulisti la stanza di sangue e spazzatura.
Ordinasti tutti i libri dispersi
e stendesti il letto nel tuo enorme sguardo,
accendesti le povere lampade spente
e lucidasti i pavimenti di legno consumato.
Fosti d'un tratto enorme, ampia, potente, forte:
sudasti grandi fatiche lavando arnesi vecchi.
Apprendesti che nella mia anima d' avanzo era la morte
e la tirasti all' orto con pezzi di specchio.
JORGE DEBRAVO ( Costa Rica, 1938-1967)