…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...
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domenica 26 luglio 2020

La casa è così triste

La casa è così triste. Resta come fu lasciata,
Adattata ai bisogni di chi per ultimo partì,
Come volesse richiamarlo. Invece, senza
Qualcuno a cui piacere, appassisce
E non ha cuore di scordarsi il furto,

Di tornare come al suo principio,
Tiro gioioso alla vita che vorremmo,
Caduto fuori centro. Guarda com’era:
Osserva le foto e le posate;
La musica nel panchetto del piano. Quel vaso.

Philip Larkin


venerdì 9 gennaio 2015

Mattino infine: là nella neve

Mattino infine: là nella neve le tue
lievi impronte d'arrivo e di ritorno.
Null'altro ci ha lasciato la notte di visibile,
non la candela, il vino bevuto a metà,
né il tocco della gioia; soltanto questo segno
della tua vita che alla mia cammina.
Finché la pioggia le cancelli, e resti
la verità cui ci svegliò il mattino;
felicità o dolore non sappiamo.
1° febbraio 1976
Philip Larkin

lunedì 23 giugno 2014

Amore

In amore la cosa più difficile
è essere egoisti a sufficienza,
è quella cieca determinazione
di sconvolgere un’altra esistenza
ad esclusivo tuo vantaggio. Certo
ci vuole un’alta dose d’impudenza.
Poi c’è il lato altruista dell’amore -
ma come puoi sentirti soddisfatto,
mettendo qualcun altro al primo posto
di modo che risulti tu il peggiore?
La mia vita è per me, sarebbe come
perdere il senso della gravità.
Pure, vizioso o virtuoso, l’amore
a quasi tutti gli uomini conviene.
Solo chi ha perso sangue trova che sia egoista
questa errata manovra di elusione;
quasi sempre è chi viene rifiutato
e, alla fine, ingannato.
Philip Larkin

domenica 17 febbraio 2013

Aubade

Lavoro tutto il giorno, a sera sono brillo.
Alle quattro sto sveglio nel buio muto, fisso.
Gli orli delle tende via via schiariranno.
Frattanto vedo quello che in realtà c’è sempre:
la morte infaticabile, d’un giorno intero più vicina,
che rende ogni pensiero impossibile tranne
come dove e quando dovrò morire io stesso.
Arido interrogarsi: eppure la paura
di morire, d’essere già morto,
lampeggia nuovamente, avvince e terrorizza.

La mente sbianca all’abbaglio. Ma non di rimorso
– il bene non fatto, l’amore non dato, il tempo
strappato e non usato – né disgraziatamente
perché una sola vita può spendersi tutta a riscattare
i suoi inizi sbagliati, e non riuscirci mai;
ma per il vuoto totale ed eterno,
la sicura estinzione alla quale andiamo incontro,
dove saremo persi per sempre. Non essere qui,
né in nessun altro luogo,
e presto. Nulla di più terribile, nulla di più vero.

Ecco un modo speciale di prendersi quella paura
che nessun trucco scaccia. Provò la religione,
quel logoro e vasto broccato musicale
creato a farci credere che non morremo mai,
tutte quelle sciocchezze del tipo Nessun essere pensante
può temere una cosa che non sente, senza accorgersi
che è questo a spaventarci: niente vista, niente suono,
niente tatto o sapore, né odore, niente con cui pensare,
niente da amare e niente a cui legarsi,
l’anestesia dalla quale nessuno si risveglia.

Così rimane ai margini della visione,
una piccola fioca presenza, un freddo immobile
che frena i nostri impulsi fino all’indecisione.
Tante cose potrebbero non accadere mai:
questa accadrà, e il capirlo deflagra furioso
in bruciante paura se ci coglie senza niente
da bere o compagnia. Il coraggio non serve:
vale a non spaventare altri. L’essere forte
non risparmia la tomba a nessuno.
La morte non cambia se frigni o se l’affronti.

Lentamente la luce cresce, la stanza prende forma.
Certo come un armadio sta quello che sappiamo,
che abbiamo sempre saputo, che non si può sfuggire,
ma nemmeno accettare. Una parte dovrà cedere.
Frattanto i telefoni vegliano, pronti a squillare
in uffici ancora chiusi, e l’intero indifferente
intricato mondo in affitto comincia a svegliarsi.
Il cielo è bianco come calce, senza sole.
Il lavoro va fatto.
Postini come dottori vanno di casa in casa.

Philip Larkin

 

giovedì 19 luglio 2012

Alba

Svegliarsi, e udire un gallo
in lontananza gridare,
tirare le tendine
e vedere le nuvole volare -
com'è strano
per il cuore essere senza amore,
come queste cose.
Philip Larkin

sabato 11 febbraio 2012

E dopo che hai percorso la tua mente intera

...
E dopo che hai percorso la tua mente intera,
Ciò che domini è chiaro come una bolla di carico
Nient’altro deve essere pensato
Esistente.
E con quale vantaggio?
Solo questo: per tempo
Individuare in parte l’impronta cieca
Che tutti i nostri atti recano, poterla ricondurre all’origine.
Ma confessare,
Nella verde sera in cui comincia la nostra morte,
Cosa essa era, è poca soddisfazione,
Giacchè si applicò a un sol uomo una volta,
E quell’uomo muore.
Philip Larkin

Finestre in alto

Quando vedo una coppia di ragazzi
e immagino lui che scopa lei e lei che
prende la pillola o usa il diaframma,
so, questo è il paradiso
che ogni vecchio ha sognato tutta la vita -
gesti e legami messi da parte come
una sorpassata trebbiatrice,
e ogni ragazzo giù lungo lo scivolo
alla felicità, all’infinito. Mi domando
se qualcuno guardandomi quarant’anni fa
abbia pensato: ecco, quella è la vita;
più nessun Dio, o tremore la notte
per il buio e l’inferno, o dover nascondere
quel che pensi del prete. Lui e il suo destino
andranno giù, lungo lo scivolo
come rossi, liberi uccelli. E subito
più che parole vengono in mente le finestre in alto:
il sole che il vetro ricomprende,
e, oltre, l’aria azzurra fonda che mostra
niente, ed è in nessun luogo, ed è infinita.
Philip Larkin

Autunno

L’aria mena colpi: davvero troppo forti, troppo spesso?
No: è decisa a buttar giù l’estate.
Foglie morte disertano a migliaia, verso il fuori, verso l’alto,
numerose come uccelli; ma gli uccelli volan via,
e risuonano colpi, come d’acqua che si abbatta in lontananza,
o d’ospedali che crollino stanza dopo stanza
giù verso l’ovest, forse, dov’è la luce rabbiosa.
Poi parte la pioggia; l’anno di colpo ristagna.
O pioggia, o gelo, ancora tanto dev’essere sgombrato:
tutta questa pienezza, questa carne riprovevole,
e l’estate, che continua a tornare come spettro
di qualcosa che la morte ha solo reso bello,
e a notte i cieli così a lustro a braccia e gambe tese
con loro nette dritte di viaggio- tutto va disperso
prima che la stagione sia anonima e smarrita,
come un quartiere di Londra che non si è mai certi di trovare
ma nondimeno esiste, alle spalle della nebbia,
terra nuda, un lampione, delle ruspe. Poi ci sarà tempo
di cercare quella casa brutta, inusuale,
sprangare l’uscio, schermare l’unta fiamma,
sedersi un’altra volta solo con carte sottosopra,
buste smozzicate, scatole di foto,
e la cassetta di farfalle così ricca da sembrare
quasi l’estate tutta si sia posata lì a morire.
Philip Larkin