…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...
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mercoledì 27 aprile 2016

La francese

Una donna intelligente.
Una donna bella.
Conosceva tutte le varianti, tutte le possibilità.
Lettrice degli aforismi di Duchamp e dei racconti di Defoe.
In genere con un autocontrollo invidiabile,
Tranne quando era depressa e si ubriacava,
Cosa che poteva durare due o tre giorni,
Una sequela di bordeaux e di valium
Da far accapponare la pelle.
Allora di solito ti raccontava le storie che aveva vissuto
Tra i quindici e i diciotto anni.
Un film di sesso e di terrore,
Corpi nudi e affari ai limiti della legalità,
Un’attrice per vocazione e, nello stesso tempo, una ragazza con strani tratti di avarizia.
La conobbi quando aveva appena compiuto venticinque anni,
In un’epoca tranquilla.
Immagino che avesse paura della vecchiaia e della morte.
La vecchiaia per lei erano i trent’anni,
La Guerra dei Trent’Anni,
I trenta anni di Cristo quando cominciò a predicare,
Un’età come un’altra, le dicevo mentre cenavamo
A lume di candela,
Contemplando la corrente del fiume più letterario del pianeta.
Ma per noi l’incanto era da tutt’altra parte,
Negli angoli posseduti dalla lentezza, nei gesti
Divinamente lenti
Del disordine nervoso,
Nei letti al buio,
Nella moltiplicazione geometrica delle vetrinette vuote
E nell’abisso della realtà,
Nostro assoluto,
Nostro Voltaire,
Nostra filosofia da camera e da toilette.
Una ragazza intelligente, dicevo,
Con quella rara virtù previdente
(Rara per noi latinoamericani)
Che è così comune nella sua patria,
Dove perfino gli assassini hanno il libretto di risparmio
E lei non era da meno,
Un libretto di risparmio e una foto di Tristán Cabral,
La nostalgia del non vissuto,
Mentre quel prestigioso fiume trascinava un sole moribondo
E sulle sue guance cadevano lacrime apparentemente gratuite.
Non voglio morire, sussurrava mentre veniva
Nella tagliente oscurità della camera da letto,
E io non sapevo cosa dire,
Non sapevo veramente che dire,
Salvo accarezzarla e sostenerla mentre si muoveva
Su e giù come la vita,
Su e giù come le poetesse di Francia
Innocenti e pudiche,
Fino a quando ritornava sul pianeta Terra
E dalle sue labbra spuntavano
Paesaggi della sua adolescenza che subito riempivano la stanza
Con copie di se stessa che piangevano sulle scale mobili della metropolitana,
Con copie di se stessa che facevano l’amore con due tizi per volta
Mentre fuori cadeva la pioggia
Sopra i sacchetti della spazzatura e sulle pistole abbandonate
Dentro i sacchetti della spazzatura,
La pioggia che tutto lava
Tranne la memoria e la ragione.
Vestiti, giubbotti di cuoio, stivali italiani, biancheria intima che mi faceva impazzire,
Che la faceva impazzire,
Apparivano e sparivano nella nostra camera sfavillante e frenetica,
E tracce veloci di altre avventure meno intime
Brillavano nei suoi occhi feriti come lucciole.
Un amore che non sarebbe durato a lungo
Ma che alla fine sarebbe diventato indimenticabile.
Questo disse,
Seduta vicino alla finestra,
Il volto sospeso nel tempo,
E le sue labbra: le labbra di una statua.
Un amore indimenticabile
Sotto la pioggia,
Sotto quel cielo fitto di antenne dove convivevano
Le ampie soffittature del XVII secolo
E le cacche di piccione del XX secolo.
E in mezzo
Tutta l’inestinguibile capacità di provocare dolore,
Intatta attraverso gli anni,
Intatta attraverso gli amori
Indimenticabili.
Sì, disse proprio così.
Un amore indimenticabile
E breve,
Come un uragano?
No, un amore breve come il sospiro di una testa ghigliottinata,
La testa di un re o di un conte bretone,
Breve come la bellezza,
La bellezza assoluta,
Quella che contiene tutta la grandezza e la miseria del mondo,
Visibile solo a coloro che amano.
Roberto Bolaño

Occhi

Non innamorarti mai di una fottuta drogata:
Le prime luci del giorno ti sorprenderanno
Con le nocche insanguinate e fradicio di urina.
Un piscio ogni volta più scuro, ogni volta
Più preoccupante. Come quando in un’isola greca
Lei si nascondeva tra le rocce o in una squallida
Pensione a Barcellona, quando recitava a memoria
Ferrater in catalano e intanto riscaldava
L’eroina in un cucchiaio che si piegava
Come se quel coglione di Uri Geller fosse
Nella stanza accanto. Mai, non andare mai a letto
Con una fottuta puttana suicida: all’alba il tuo volto
Si scomporrà in figure geometriche in tutto simili
Alla morte. Come un ebete e con le tasche vuote
Vagherai nella luce livida del mattino
E allora il desiderio, ormai spento, ti sembrerà
Uno scherzo che nessuno si prende la briga
Di spiegarti, una frase senza senso, una nota
Incisa nell’aria. E poi l’azzurro. Il fottuto
Azzurro. E il ricordo delle sue gambe sulle tue
Spalle. Il suo odore penetrante e strano. La sua mano
Distesa che aspetta il denaro. Estranea alle confessioni
E ai gesti usuali dell’amore. Estranea alle regole
Della tribù. Un braccio e i piedi bucati
Più e più volte: splendenti nella linea che separava
O che univa l’atteso all’imprevisto, il sogno
All’incubo che scorreva tra le piastrelle
Come un piscio sempre più scuro: whisky, coca-cola
E alla fine un grido di paura o di sorpresa, non certo
Una richiesta di aiuto, non un gesto d’amore,
Un fottuto gesto d’amore alla maniera di Hollywood
O del Vaticano. E i suoi occhi, ricordi i suoi occhi dietro
Quella chioma bionda? Ricordi le dita sporche che sfregavano
Quegli occhi limpidi, quegli occhi che parevano guardarti da un altro
Tempo? Ricordi quegli occhi che ti facevano piangere
D’amore, contorcerti d’amore nel letto disfatto
O per terra, come se fossi tu ad avere la scimmia e non lei?
Non dovresti proprio ricordarli quegli occhi. Nemmeno un istante.
Quegli occhi quasi cancellati che sembravano seguire attenti
Le movenze di una passione che non era di questo fottuto pianeta:
La vera bellezza, quella dei forti, brillava lì,
Nelle sue pupille dilatate, nei palpiti del suo cuore
Quando il pomeriggio rincasava come in una sequenza accelerata,
E nella nostra pensione di merda si udivano di nuovo i rumori,
I vagiti della notte, e i suoi occhi si chiudevano. 
Roberto Bolaño

domenica 29 luglio 2012

I cani romantici

A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perduto un paese
ma guadagnato un sogno.
E avendo quel sogno
tutto il resto non aveva importanza.
Né lavorare né pregare
né studiare all’alba
in compagnia dei cani romantici.
Il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una casa di legno,
nella penombra,
in un polmone dei tropici.
A volte qualcosa mi tormentava
e facevo visita al sogno: statua che si perpetua
in pensieri liquidi,
verme bianco che si contorce
nell’amore.
Un amore sfrenato.
Un sogno dentro un altro sogno.
L’incubo mi diceva: crescerai.
Lascerai dietro di te le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un crimine.
Sono qui, dissi, con i cani romantici
e qui resterò.
Roberto Bolaño
, da I cani romantici, 2006