…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...
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martedì 21 ottobre 2014

Non so più che età ho

A sera, qualche cosa alle mie spalle.
Trasalisco un istante, tremo,
o rimango di sasso e brucio.
Non so più che età ho.
Al mattino è diverso.
Mi sta di fronte un libro aperto,
troppo vicino per leggerlo con agio.
Ditemelo voi quanti anni ho.

Elizabeth Bishop

domenica 11 maggio 2014

Sestina

Cade la pioggia settembrina sulla casa.
Nella fievole luce, la vecchia nonna
siede in cucina con la bambina
presso la Piccola Mirabile Stufa,
leggendo le storielle dell’almanacco,
e ridendo e parlando celando le lacrime.
Pensa che queste equinoziali lacrime
e la pioggia che batte sul tetto di casa
siano state predette, tutte, dall’almanacco,
ma solo comprensibili a una nonna.
La teiera di ferro canta sulla stufa.
La nonna affetta del pane e dice alla bambina:
Adesso è l’ora del tè, ma la bambina
guarda uscire dalla teiera piccole dure lacrime
che danzano come pazze sulla nera rovente stufa,
come deve danzare la pioggia sulla casa.
Riordinando la cucina, la vecchia nonna
appende lo spiritoso almanacco
allo spago. Come un uccello, l’almanacco
si libra semiaperto sulla bambina,
si libra sulla vecchia nonna
e la sua tazza di tè piena di oscure lacrime.
Ella rabbrividisce e dice che la casa
le sembra fredda, e aggiunge legna alla stufa.
Doveva essere, dice la Mirabile Stufa. So quel che so, dice l’almanacco.
Coi pastelli la bambina fa una rigida casa
e un sentiero a zig-zag. Poi la bambina
ci mette un uomo con bottoni come lacrime
e mostra orgogliosa il disegno alla nonna.
Ma in segreto, mentre la nonna
si muove affaccendata intorno alla stufa,
piccole lune cadono come lacrime
di tra le pagine dell’almanacco
già sull’aiuola che la bambina
con cura ha messo davanti alla casa.
Tempo di piantare lacrime, dice l’almanacco.
La nonna canta alla mirabile stufa,
la bambina traccia un’altra imperscrutabile casa.
Elizabeth Bishop

giovedì 12 settembre 2013

Miracolo a colazione

Alle sei aspettavamo il caffè,
il caffè e la pietosa briciola
che ci avrebbero servito da un balcone
- come antichi re, o come un miracolo.

Era ancora buio. Un piede del sole
trovò appiglio su un'increspatura del fiume.

Il primo traghetto aveva appena attraversato il fiume.
Con quel freddo speravamo che il caffè
fosse bollente, tanto il sole
non ci avrebbe riscaldato; e che la briciola
fosse una pagnotta a testa, imburrata, per miracolo.
Alle sette un uomo uscì sul balcone.

Si trattenne un minuto sul balcone
guardando sopra le nostre teste, verso il fiume.
Un domestico gli passò gli strumenti di un miracolo:
un'unica tazzina di caffè
e un panino, che sminuzzò briciola a briciola,

la testa, se vogliamo, tra le nuvole - col sole.

Era pazzo? Che cosa avrà, sole o non sole,
cercato mai di fare, lassù sul suo balcone?
Ognuno ricevette solo una dura briciola,
che alcuni lanciarono sprezzanti nel fiume
e, nella tazzina, un goccio di caffè.
Alcuni di noi rimasero, in attesa dei miracolo.

Posso dire che cosa ho visto poi; e non fu un miracolo.
Una splendida villa immersa nel sole,
dalle porte un profumo di caffè
bollente. Sulla facciata, il gesso di un balcone
barocco, aggiunto dagli uccelli del fiume
- lo vidi con un occhio vicino alla briciola -,

e corridoi e saloni in marmo. La mia briciola
la mia dimora, creata per me da un miracolo,
nei secoli, da insetti e uccelli, e poi dal fiume
che lavora la pietra. Ogni giorno, al sole,
all'ora di colazione mi siedo al balcone,
i piedi sulla balaustra, e bevo litri di caffè.

Piluccammo la briciola e ingollammo il caffè.
Una finestra oltre il fiume si illuminò di sole
come se il miracolo avvenisse, sbagliando di balcone.
Elizabeth Bishop

mercoledì 24 luglio 2013

Al quinto piano

Ancora buio.  
L’uccello sconosciuto sta sul ramo solito.  
Nel sonno abbaia il cagnolino dei vicini,  
lo fa una volta sola, in tono interrogativo.  
S’interroga nel sonno anche l’uccello, forse,  
una volta o due, trillando tremulo.  
Domande – se poi domande sono –   
che ottengono risposta, pronta, semplice,  
dal giorno in persona.

Meticoloso, ponderoso, enorme  
mattino; luce grigia  
che minia ogni ramo spoglio, ogni singolo  
fuscello, da una parte sola, dando  
un altro albero di venature vitree...  
 L’uccello è sempre li. Ora sembra sbadigliare.

Il cagnolino nero corre nel cortile.
La voce del padrone s’alza, aspra:  
“Dovresti vergognarti!”.  
Cosa ha fatto?
Allegro lui saltella su e giù;  
scorrazza in tondo tra le foglie morte.

Senso della vergogna, zero.  
Lui e l’uccello sanno che c'è una risposta  
a tutto, a tutto si provvede, non occorre  
rifare la domanda.  
– Ieri ha portato a oggi senza sforzo!  
(Uno ieri per me quasi impossibile rimuovere).
Elizabeth Bishop  
Da Miracolo a colazione

mercoledì 19 giugno 2013

Quai d’Orléans

Ogni chiatta sul fiume senza sforzo
rimor­chia una pos­sente scia,
un’enorme foglia di quer­cia – luci grigie
su un gri­gio più smorzato;
e, die­tro, foglie verdi fluttuano
verso il mare.
Le incre­spa­ture, vene mer­cu­riali sulle foglie
enormi, pun­tano
Alle sponde del lun­go­senna per smorzarsi
con­tro le murate,
piano come meteore che finiscono
in un punto del cielo.
E frotte di foglio­line, foglie vere, trainandole
tra­scor­rono
per scom­pa­rire, umili, negli antri destinati
a scio­gliersi del mare.
Noi ferme come sassi contempliamo
foglie e increspature
Men­tre dura l’abboccamento delle luce
e dell’acqua nervosa.
“Se quello che vediamo si scor­dasse così facilmente
di noi” io vor­rei dirti
“come di sé, o quasi… men­tre noi non ci libe­riamo mai
dei fos­sili di foglia”.
Elizabeth Bishop

domenica 27 maggio 2012

La carta geografica

La terra sta sull’acqua, ombrata in verde.
Le ombre, o sono secche?, vi ricalcano
la linea di scogliere invase d’alghe
che dal blu schietto inclinano al verde.
O la terra si china a sollevare il mare dal profondo
e senza batter ciglio se ne avvolge?
Lungo il banco di sabbia fulvo
la terra tira il mare dal profondo?
L’ombra di Terranova è stesa immobile.
Il Labrador è giallo dove l’ha lubrificato
l’eschimese lunare. Possiamo carezzare queste baie
leggiadre sottovetro come se dovessero sbocciare
o far da gabbia pulita a pesci invisibili. I nomi
delle località costiere sfociano nel mare,
i nomi delle città attraversano i monti circostanti
- e il tipografo in preda a un’emozione
spropositata qui va in visibilio.
Le penisole palpano l’acqua tra i polpastrelli
come fanno le donne con gli scampoli.
Sulla carta le acque sono più quiete delle terra,
ne informano la forma con le onde:
e la lepre Norvegia scappa a sud a nascondersi,
i contorni scandagliano il mare, in cerca della terra.
Sono assegnati o sta ai paesi scegliere i colori
che al carattere o alle acque proprie si confanno?
È imparziale la topografia; Ovest o Nord equidistanti stanno.
Con più delicatezza degli storici, scelgono i cartografi i colori.
Elizabeth Bishop

lunedì 21 maggio 2012

Sul mare l'estate è ormai finita

Sul mare l'estate è ormai finita.
Il panfilo, creatura mondana,
che ha ballato senza posa sulla pista lucida,
con passi e contropassi come Fred Astaire,
è andato, andato via, a secco in un bacino.
Gli amici sono partiti e nudo è il mare
sotto uno strame d'alghe fresche e galleggianti.
Solo i mercantili dalle fiancate rugginose passano dinanzi
ai crateri senza mercato della luna
e uniche barche da diporto sono ormai le stelle.
Elizabeth Bishop

sabato 21 gennaio 2012

Chemin de fer

Da sola lungo i binari
camminavo col cuore in tumulto.
Le traverse erano troppo vicine
o forse troppo lontane tra loro.
Un povero scenario: cespugli
di pini e di querce; al di là
delle foglie verdi e grigie
vidi il piccolo stagno
dove vive lo sporco eremita,
stendersi come un'antica
lacrima che si tiene strette
di anno in anno lucidamente le ferite.
L'eremita scaricò il suo fucile,
tremò l'albero presso la capanna.
Sullo stagno passò un'increspatura.
La gallinella cominciò a chiocciare.
"L'amore, lo si deve esercitare!"
gridò il vecchio eremita.
Attraverso lo stagno l'eco
cercava, cercava di confermare.
Elisabeth Bishop

venerdì 13 gennaio 2012

Insonnia


La luna nello specchio del comò
guarda milioni di miglia lontano
(e forse con orgoglio, a se stessa,
ma non sorride, non sorride mai)
via lontano lontano oltre il sonno,
o forse è una che dorme di giorno.
Se l’Universo volesse abbandonarla,
lei gli direbbe di andare all’inferno,
e troverebbe una distesa d’acqua
o uno specchio, sul quale indugiare.
Tu dunque metti gli affanni in un sacco
di ragnatele e gettalo nel pozzo
nel mondo alla rovescia dove
la sinistra è sempre la destra,
dove le ombre in realtà sono corpi,
dove restiamo tutta notte svegli,
dove il cielo ha tanto poco spessore
quanto è profondo il mare e tu mi ami d’amore.
Elisabeth Bishop

martedì 3 gennaio 2012

Il tumulto del cuore

Il tumulto del cuore
insiste a far domande
Poi smette e si accinge a rispondere
nello stesso tono di voce
Nessuno coglierà la differenza
Conversazioni prive d' innocenza
al loro avvio, coinvolgono poi i sensi,
nelle intenzioni almeno
E poi non c' è più scelta
e poi non c' è più senso;
Finchè un nome
e tutto quel che implica coincidono
Elizabeth Bishop

domenica 18 dicembre 2011

Anafora

Con quante cerimonie il giorno
ha inizio, con gli uccelli, le campane
e le sirene di una fabbrica;
i nostri occhi si aprono su cieli
d'oro bianco, su muri così fulgidi
che ci chiediamo per un attimo:
"da dove viene l'energia, la musica?
per quale ineffabile creatura
sfuggitaci era destinato il giorno?". ed ecco che
appare per assumere natura
terrena là per là, cadendo
preda di lunghi intrighi,
acquistando memoria e una mortale
mortale sposatezza.
più lento invece cade soto l'occhio
e, riversandosi sui volti punteggiati,
si oscura e addensa tutta la sua luce;
a dispetto dei sogni
sprecati su di lui con quello sguardo
sopporta i nostri usi e abusi,
affonda in mezzo ai corpi alla deriva,
alla deriva in mezzo alle lezioni
fino a sera fino al mendicante che
nel parco, stanco, senza lampada né libro
appronta studi stupendi:
il rutilante evento
d'ogni giorno in infinito
infinito assenso
Elizabeth Bishop

sabato 17 dicembre 2011

The art of losing

L’arte di perdere non è una disciplina dura
tante cose sembrano volersi perdere
che la loro perdita non è una sciagura.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta la tortura
delle chiavi di casa perse, delle ore spese male.
L’arte di perdere non è una disciplina dura.
Esercitati a perdere di più, senza paura:
luoghi, e nomi, e destinazioni di viaggio.
Nessuna di queste perdite sarà mai una sciagura.
Ho perso l’orologio di mia madre. Era
mia ed è svanita - ops! - l’ultima di tre case amate.
L’arte di perdere non è una disciplina dura.
Ho perso due vasti regni, due città amate,
due fiumi, un continente. Mi mancano,
ma non è mica un disastro averle perdute.
Nemmeno perdere te (la figura, la voce allegra
il gesto che amo) mi smentirà. È chiaro, ormai:
l’arte di perdere non è una disciplina dura,
benché possa sembrare (scrivilo!) una sciagura.
Elizabeth Bishop
(Traduzione di Marilena Renda)