…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

sabato 23 marzo 2013

Lui correva, volava anzi in direzione dell’amore

Lui correva, volava anzi in direzione dell’amore e pure gli alberi che, scivolando al limite delle praterie, erano portati via da qualcosa più forte di loro.
Ciascuno aveva una sua fisionomia, una forma speciale, una sagoma diversa. Ed erano tanti, migliaia e migliaia.
Eppure una comune forza li trascinava nel gorgo. Tutti i pioppi della smisurata campagna fuggivano esattamente come lui ruotando in due vastissime ali ricurve.
Era uno spettacolo, nel solitario mattino, con la strada vuota dinanzi e i prati vuoti, le campagne vuote, non si vedeva un’anima, sembrava che, tranne lui, tutti si fossero dimenticati che esistesse quel pezzo di mondo.
E lei era laggiù in fondo, dietro l’ultimissimo sipario di alberi anzi molto più in là, probabilmente stava dormendo con la testa sprofondata nel cuscino, fra lista e lista delle tapparelle la luce del giorno penetrava nella stanza illuminando la massa dei suoi capelli neri, immota. Era sola?
Allora, egli capì il senso di quel naturale incantesimo.
Che cosa infatti volevano dirgli i filari di pioppi all’orizzonte
che vanno in corteo e sembrano sfuggirlo e nello stesso tempo corrergli incontro, per poi allontanarsi alle sue spalle, nella nebbia, consumati, mentre nuove schiere appaiono dinanzi inesauribili precipitandosi su si lui?
Di colpo egli capì ciò che dicevano, capì il significato del mondo visibile allorché esso ci fa restare stupefatti e diciamo “che bello” e qualcosa di grande entra nell’animo nostro.
Tutta la vita era vissuto senza sospettarne la causa.
Tante volte era rimasto in ammirazione dinanzi ad un paesaggio, a un monumento, a una piazza, a uno scorcio di strada, a un giardino, a un interno di una chiesa, a una rupe, a un viottolo, a un deserto.
Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto.
Un segreto molto semplice: l’amore.
Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore.
Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora.
Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicata un’attesa?
E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici?
Che senso avrebbe la valle romantica tutta rupi e scorci misteriosi se il pensiero non potesse condurci lei in una passeggiata del tramonto tra flebili richiami di uccelli?
Che senso la muraglia degli antichi faraoni se nell’ombra dello speco non potessimo fantasticare di un incontro?
E l’angolo del borgo fiammingo che ci potrebbe importare o il caffè del boulevard o il suk di Damasco se non si potesse supporre che anche lei un giorno vi passerà, impigliandovi un lembo di vita?
Dino Buzzati da “Un amore”
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