…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

giovedì 20 dicembre 2012

Nessuno ormai si ricorda di Dio a Natale

Nessuno ormai si ricorda di Dio a Natale. Ci sono tante comete e fuochi artificiali, tante ghirlande colorate, tanti innocenti tacchini sgozzati e tante angustie per il denaro, per far bella figura al di sopra delle nostre reali risorse, che uno si chiede – a pensarci un attimo – se ci si rende conto di che incredibili pazzie si compiono per festeggiare il compleanno di un bambino nato più o meno 2000 anni fa in una misera stalla, a poca distanza da dove era nato mille anni prima il Re David.
Novecentocinquantaquattro milioni di cristiani credono che quel bambino fosse Dio incarnato, ma molti in realtà lo festeggiano senza crederlo.
Molti milioni celebrano quello che non hanno mai creduto, ma le feste piacciono molto e molti altri sarebbero disposti a rovesciare il mondo per far sì che nessuno continuasse a crederlo.
Sarebbe interessante verificare quanti credono nel fondo della loro anima che il Natale di oggi è una festa abominevole e non hanno il coraggio di dirlo per un pregiudizio non religioso, ma sociale.
La cosa più grave è il disastro culturale che questi Natali pervertiti provocano in America Latina: prima, quando avevamo solo costumi ereditati dalla Spagna, i presepi domestici erano prodigi dell’immaginazione familiare. Gesù Bambino era più grande del bue, le casette sulla collina erano più grandi della Vergine e nessuno notava gli anacronismi, il paesaggio di Betlemme era completato con un treno di corda, un’anatra di peluche più grande di un leone che nuotava nello specchio della sala o un vigile urbano che dirigeva un gregge di agnelli verso un angolo di Gerusalemme.
In cima si metteva una stella di carta dorata con una lampadina al centro; un nastro di seta gialla indicava la strada ai Re Magi per il cammino della salvezza. Il risultato era brutto di sicuro, ma ci assomigliava. Era meglio di tanti quadri naif mal copiati del doganiere Rousseau.
La mistificazione è cominciata quando non sono stati più i Re Magi a portare i giocattoli, come accade in Spagna e con ragione, ma ha cominciato a portarli il Bambino Gesú.
Noi bambini andavamo a letto presto, per far sì che i regali giungessero presto ed eravamo felici ascoltando le poetiche bugie degli adulti.
Io non avevo più di cinque anni quando qualcuno a casa mia decise che era tempo di dirmi la verità: fu una grande delusione perchè io credevo davvero che era il Bambino Gesù che mi portava i giocattoli e mi sarebbe piaciuto continuare e crederlo.
Con pura logica d’adulto pensai che allora tutti gli altri misteri cattolici erano invenzioni dei genitori per intrattenere i bambini e rimasi nel limbo.
Quel giorno, come dicono i maestri gesuiti alle elementari, io persi l’innocenza perchè scoprii che non erano le cicogne che portavano i bambini da Parigi. Un’altra cosa che mi piaceva credere per pensare di più all’amore e di meno alla pillola.
Tutto è cambiato negli ultimi trent’anni, con un’operazione commerciale di proporzioni mondiali che ha provocato una devastante aggressione culturale.
Il Bambino Gesù è stato cacciato dal trono dal Santa Claus dei gringos e degli inglesi, lo stesso Papà Natale dei francesi che tutti conosciamo anche troppo. È arrivato con tutto: la slitta tirata da un alce, l’abete carico di giochi, sotto una fantastica tempesta di neve.
In realtà questo usurpatore dal naso di bevitore di birra non è altri che il buon San Nicola, un santo che io amo molto perchè era quello di mio nonno, il colonnello, ma che non aveva niente a che veder con il Natale e tanto meno con la notte della vigilia nel Tropico dell’America Latina.
Secondo la leggenda nordica, San Nicola ha ricomposto e resuscitato un gruppo di scolari che erano stati uccisi da un orso in mezzo alla neve e per questo è il Patrono dei bambini.
Ma la sua festa si celebra il 6 dicembre e non il 25.
La leggenda è divenuta istituzionale nelle province tedesche del nord alla fine del XVIII secolo, assieme all’albero e i giocattoli e poco più di cent’anni dopo passò in Gran Bretagna e Francia poi negli Stati Uniti e questi lo mandarono in America Latina con tutta la loro cultura di contrabbando: la neve artificiale, le candeline colorate, il tacchino ripieno e quei quindici giorni di consumismo frenetico al quale ben pochi riusciamo a sottrarci.
Con tutto questo la cosa più sinistra dei Natali del consumismo è l’estetica miserabile che portano con sè: le cartoline indecenti, le campane di vetro, le corone di vischio sulle porte, le canzoni da ritardati mentali che sono villanelle tradotte dall’inglese e tante altre stupidaggini per le quali non valeva nemmeno la pena d’aver inventato l’elettricità.
Tutto questo per la festa più spaventosa dell’anno.
Una notte infernale nella quale i bambini non possono dormire con la casa piena di ubriaconi che si sbagliano di porta, cercando dove orinare o perseguitando la moglie di un altro, se hanno avuto la ventura di addormentarsi su un divano in una sala.
Menzogna: non è una notte di pace e d’amore!
È tutto il contrario, è l’occasione solenne della gente che non si vuole bene, l’opportunità provvidenziale di compiere quegli impegni rimandati perchè non graditi: invitare il povero cieco che nessuno invita, la cugina Isabella che è rimasta vedova quindici anni fa, la nonna paralitica che nessuno vuole mostrare. È l’allegria per decreto, l’affetto per compassione, il momento di regalare perchè ci regalano e di piangere in pubblico senza dare spiegazioni.
È l’ora felice in cui gli invitati si bevono tutto quello che è avanzato il Natale precedente: la crema di menta, il liquore di cioccolato, il vino di banana. Non è raro, come pure succede, che la festa finisca a spari.
Non è raro che i bambini – vedendo tante cose atroci – finiscano col credere davvero che Gesù Bambino non è nato Betlemme, ma negli Stati Uniti.
Gabriel García Márquez
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