…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

domenica 27 gennaio 2013

Platone. I poeti, lo stato e i suoi magistrati



Quanto ai nostri poeti ‘seri’, come si dice, quelli delle tragedie, se alcuni di questi venuti da noi ci interrogassero press’a poco così: «Ospiti, possiamo frequentare la vostra città e la vostra regione o no? Possiamo portarvi ed introdurvi le nostre opere o come avete deciso di fare per questa materia?», se ci interrogassero così che cosa mai dunque potremmo correttamente rispondere a questi uomini divini, a queste domande? A me infatti sembra che potremmo dir così: «Ospiti illustrissimi, noi stessi siamo poeti di una tragedia e, per quanto si possa, della migliore, della più bella; tutta la nostra costituzione è stata organizzata come imitazione della vita più nobile e più elevata e diciamo che questa è in realtà la tragedia più vicina alla natura della verità. Poeti siete voi, poeti siamo anche noi delle stesse cose, vostri rivali nell’arte e nella rappresentazione del dramma più bello che solo la vera legge, per natura, può realizzare, come è la nostra speranza ora. Non pensate che così facilmente vi permettiamo di piantare le vostre scene nelle nostre piazze e di introdurvi attori dalla bella voce, che grideranno più di noi, non pensate che vi permetteremo di arringare i giovani e le donne e tutta la turba del popolo, che vi lasciamo parlare sugli stessi costumi in modo diverso dal nostro, e che vi lasciamo dire in maggior numero, e per lo più, cose contrarie rispetto a quelle che diciamo noi. Saremmo diventati quasi completamente pazzi, noi e tutto lo stato, qualsiasi stato vi lasciasse fare le cose dette ora prima che i magistrati abbiano giudicato se quello che voi avete composto può esser detto ed è meritevole di essere divulgato fra i cittadini o non lo è affatto. Ora voi, figli delle dodici Muse, mostrate dunque ai magistrati i vostri carmi, prima di tutto, accanto ai nostri, e se risulterà che voi dite le stesse cose che noi diciamo, o anche se le direte migliori, noi vi apriremo i teatri, ma se non è così, amici, noi proprio mai potremmo farlo».
PLATONE (428/427 – 347 a.C. ), “Leggi”, trad. di Attilio Zadro, in ID., “Opere”, Laterza, Bari 1966, 2 voll., vol. II, VII, XIX, 817a – 818e, pp. 822 – 823.

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