…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

sabato 27 ottobre 2012

Voi liberate in me il mio essere femminile

LETTERA SECONDA

19 giugno, di notte
Voi liberate in me il mio essere femminile, il mio essere più oscuro e recondito. Non per questo vedo peggio. Tutta la mia chiaroveggenza intatta con, in più, il beato diritto alla cecità.
Mio tenero (che mi fa...), con tutto il mio essere indivisibilmente doppio, doppiamente e indissolubilmente uno, con tutto il mio essere di spada a doppio taglio (dotata di una rassicurante virtù: ferire me soltanto) io voglio in voi, in-voi, come nella notte. "Strofe e sogni" — più semplicemente: leggere e dormire. (Le parole che voi lasciate cadere, io le conservo tutte.) Quanti hanno visto in me soltanto delle strofe!
Tutto con l'anima, amico, e tutto — indietro, nell'anima. (Un getto d'acqua che si autoalimenta. Le fontane del Re Sole.) La pelle come tale non esiste. Voi, voi lo sapete, con il vostro fiuto animale, fiuto geniale. Pelliccia, manto — non solo delle bestie, ma anche delle piante: pino, abete, il mio amatissimo ginepro...
E se debbo dirvi in colori, voi siete bruno. Come i vostri occhi.
Caro, non ho mai scritto a nessuno lettere simili (da quando tengo in mano la penna, — no, da quando la penna mi tiene, — no, dal tempo lontano delle mie piume d'angelo — sempre, a tutti. E tuttavia — credetemi).
Uomo, io so tutto, vi so superficiale, leggero, vuoto, ma la vostra animalità profonda mi tocca più in profondità di altre anime. Sapete così bene aver freddo, aver caldo, aver fame, aver sonno. Senza il vostro vuoto c'è il vuoto che possiamo immaginare soltanto pieno di astri o di atomi, e cioè popolato di mondi viventi. Siate vuoto finché lo vorrete, finché lo potrete — io sono la vita che non patisce il vuoto.
Bambino mio (permettetemi di chiamarvi così...), mio piccolo ragazzo! Se a volte non vi rispondo direttamente, è che ci sono parole che non devono essere pronunciate tra certi muri, che nemmeno l'aria, tra certe pareti, può tollerare. I muri, invece, sopportano tutto e non soffrono di nulla, ed è l'unica cosa che io non posso soffrire, e sono loro che più mi fanno soffrire. Giacché, sappiatelo: quella che voi ritenete creatura di parole per eccellenza, nelle grandi ore della sua vita è una spartana con il suo volpacchiotto. (Lasciatemi scherzare un po': con tutta una cucciolata di volpacchiotti!)
Siete iperamato (iperalimentato d'amore) nella vita? Probabilmente sì. Ma quello che so (doveste anche sentirlo per la millesima volta!) è che mai nessuno (nessuna!) vi ha così... Ogni millesima volta ha la sua milleunesima. Così, per me, non è una misura di peso, né di quantità, né di durata, è un valore di qualità: di identità. Io non vi amo né tanto, né a tal punto, né fino a... — io vi amo così. (Non vi amo tanto, vi amo come.) Oh, molte donne vi hanno amato e vi ameranno con maggior forza. Tutte — di più. Nessuna — così. Se il mio amore resta unico nelle vite, è solo per la sua doppia identità: con l'amato e con me stessa. Per questo non viene mai preso per amore.
"Amatemi grande, amatemi bello, amatemi diverso!" Per quanto mi riguarda, ho sempre voluto e addirittura preteso di essere amata come sono — per ciò che sono — perché sono. Non per ciò che, secondo voi, potrei, dovrei, avrei dovuto essere. Che si ami me e non l'essere ideale e falso partorito dalla fantasia di un poeta di terz'ordine e dell'ultima ora che può essere così folle d'amore solo se non è poeta nato, pensatore nato. Ho sempre preferito essere fotografata, riflessa, ripetuta, maltrattata da quell'indifferente che è l'obiettivo, piuttosto che ritratta — cioè ben trattata, idealizzata, animata, da un pittore di cui non sono neanche sicura che abbia un'anima, e che spesso è solo una mano mossa da una sola — sempre la stessa — mania.
Non trattatemi peggio di quanto la natura abbia fatto — e di quanto lo specchio non faccia — è tutto quello che, in piena umiltà, io chiedo al pittore e all'amante. "Ogni volto non è che un punto di partenza." Giusto, ma avete un'idea della mia (della sua) direzione? Di quello che sarebbe realmente stato di me, di dove sarei realmente arrivata, se... Riuscite a seguirmi — voi che mi volete superare per indicarmi la direzione giusta? Un grande maestro può creare l'ideale: ciò che doveva essere, la realtà in potenza. Alta realtà. Gli altri, i petits-maîtres dell'arte e dell'amore, possono fare (dipingere, amare) soltanto dal vero. E voi — voi fate me, se potete.
Ho sempre preferito essere conosciuta e odiata piuttosto che inventata e amata. Fissatemi con tutta la forza del vostro sguardo, oppure andate a 'creare' una donna qualunque, la vicina di casa, che potrà esservi solo riconoscente e si riconoscerà in ognuno dei vostri 'ritratti' perché lei — lei non si conosce, per il semplice motivo che in lei non c'è nulla da conoscere. È il nulla che si presta a tutte le forme. Quanto a me, sono già creata, ed è stato Dio a crearmi. È sufficiente un'unica creazione. È sufficiente quel Creatore.
Io mi identificherei unicamente nell'amore di chi mi avesse scelta fra tutte le creature passate, presenti, future, maschili, femminili — creature dell'acqua, del fuoco, dell'aria, della terra, del cielo. E fra tutte le altre ancora, giacché esistono altri pianeti!
Così sono io. Se vi do pena — perdonatemi di essere. 
Marina Cvetaeva - Le notti fiorentine 
(Le epistole sono dedicate ad Abram Vishnjak, fondatore della casa editrice Gelikon, che negli anni ‘20 aveva pubblicato alcuni versi di Marina Cvetaeva)
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