…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

domenica 28 ottobre 2012

Se puoi vedermi

Madre: è la tua creatura abbandonata che ti chiama,
che abbatte la notte con un grido e la getta ai tuoi piedi come
               un sipario calato
affinché tu non rimanga là, dall’altra parte,
dove riesci soltanto con le tue mani di cieca a decifrarmi
in mezzo a un muro di fantasmi fatti di cieca argilla.
Madre: neanch’io ti vedo,
perché adesso sei coperta dalle gelide ombre del tempo minore
                   e la distanza massima,
e io non so cercarti,
forse perché non ho saputo imparare a perderti.
Ma sono qui, sul mio piedistallo spaccato dal fulmine,
divenuta statua di sabbia,
manciata di ceneri perché tu scriva su di me il segnale,
i segni mediante i quali torneremo a capirci.
Sono qui, con i piedi impigliati nelle radici del mio sangue
            in lutto,
senza poter andare avanti.
Allora cercami tu, in mezzo a questo bosco allucinato
dove ogni scricchiolio è il tuo gemito;
i colpi d’ala, una richiesta d’esilio che mi sfugge;
ogni cristallo di neve è un frammento della tua eternità,
e ogni bagliore il lume che accendi affinché io non mi perda nei
             cunicoli di questo mondo.
E tutto si confonde.
E la tua vita e la tua morte si mescolano con le mie come le
            maschere negli incubi.
E non so dove sei.
Invano ti invoco in nome dell’amore, della pietà o del perdono,
come chi accarezza un talismano,
una pietra che racchiude quella goccia di sangue rappreso
capace di risorgere nel più impossibile dei sogni.
Niente. Solamente un artiglio di feroce tristezza che apre la tela
                 di altri anni
per riscoprire un tavolo dove tagli il pane di ogni giorno,
una stanza dove lisci con le pazienti mani quelle grinze
che mi incidono l’anima di febbre e di terrore,
un salone che a un tratto si fa bello per il rito di guardarti
            passare
avvolta in un alone di fiera tenerezza,
un letto in cui torni dalla morte solo per non darci troppo
            dolore.
No. Io non voglio guardare.
Non voglio imparare di nuovo il nome della gioia nel momento
stesso in cui il suo volto è deturpato dagli enormi buchi,
né sentire che il tuo corpo ferma ancora quella disperata
    corrente che lo porta via,
un’altra volta ancora,
per circondarmi come fosse per sempre di conforto e d’addio.
Non voglio sentire il rumore del vetro che si infrange,
né i cani che abbaiano alle bende sinistre,
né vedere come non ci sei.
Madre, madre, chi divide il tuo sangue dal mio?,
cos’è questo che si spezza come una corda tesa che batte nelle
                   viscere?,
che grande pianeta infausto rovescia la sua ombra sopra tutti gli
                anni della mia vita?
Oh, Dio! Tu eri tutto quel che sapevo di quel dimenticato paese
                    da cui provengo,
eri come il rifugio nella lontananza,
come un battito nelle tenebre.
Dove cercare adesso la chiave sepolta dei miei giorni?
Chi interrogare sull’indecifrabile mistero delle mie ossa?
Chi mi ascolterà se tu non mi ascolti?
E nessuno mi risponde. E ho paura.
Le stesse paure di questi trent’anni.
Perché giorno dopo giorno qualcuno si maschera e gioca dentro
               di me alle allucinazioni e alla morte.
Io gli cammino accanto e spingo con la sua mano quest’ultima
                       porta,
quella che la mia nascita non riuscì a chiudere
e che io stessa sorveglio vestita con un abito da sentinella
                                                                               funeraria.
Lo sai? Sono arrivata molto lontano questa volta.
Ma nel coro di voci che suonano come un mare sepolto
Non c’è quella voce di foglia cupa sempre lacerata dall’amore o
                                                                                  dalla collera;
nelle processioni che improvvisamente s’accendono come
        lampade fulminee
non vedo illuminarsi quel colore di spuma dorata sotto il sole;
non c’è nessuna raffica che mi bruci gli occhi col tuo odore
            di resina;
nessun calore mi circonda con quella compassione che hai dato
                      alle mie ossa.
Allora, dove sei?, chi ti impedisce di venire?
So che se tu potessi accarezzeresti la mia testa d’orfana.
Eppure so inoltre che non puoi essere ancora tu sola,
qualcuno che persevera nella propria memoria,

l’imbalsamata attorno alla quale girano come corvi i poveri
         brandelli di lutto da essa alimentati.
E se anche rispetti la tremenda condanna di non poter accorrere
                        al mio appello,
altrove senza dubbio organizzi di nuovo la famiglia,
o metti in ordine le mie ombre,
o tagli quei rami di brina che ornano il tuo grembo per lasciarli
             accanto a me un giorno,
o cerchi di cucire con un filo infinito la grande ferita del mio
                                                                                    cuore.
Olga Orozco
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