…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

lunedì 23 aprile 2012

Mandami a dire

Dolce tesoro mio, come stai? Anche oggi ti ho cercata al telefono e tu non c'eri, ma lì, nella tua lontananza, ti trattano bene? Mi raccomando: se solo ti sfiorano un capello, tu mandami a dire, che con la rabbia del corpo mi mangio le strade e ti raggiungo, e dopo voglio proprio vedere. La mia parte egoista vorrebbe anche sapere se sei infelice come me, perché vedessi come sono stanco di camminare da solo dentro la tristezza, a volte capita che piango senza sentirmi il singhiozzo.
Vorrei anche sapere se, quando è l'ora che il tramonto si siede sopra il sole, spingendolo giù, giù fin sotto il mare, sei sempre là, davanti alla finestra, a osservare quel trapasso e a pensarmi. Una volta lo facevi, e oggi? Ti scongiuro tanto, mandami a dire.
Cara, com'è assurdo questo nostro amore, che viveva meglio quando stavamo peggio, ma dentro quel peggio poi è venuto qualcuno e ci ha detto "Eccovi la libertà! Prendere e andare". Che brutto affare è stato, se è vero che oggi siamo prigionieri della distanza. Sapessi che rimpianto quando mi giro e guardo la nostra cronaca di ieri, ora pagherei tutta la fatica che ho per prendermi le spalle e mettermele davanti, trasformando il nostro passato in futuro; succede anche a te? Se sì, mandami a dire, sarà meno dura sperare.
Se solo potessi liberarmi da questa libertà, la scambierei immediatamente con il nostro vecchio Casamento. In quel luogo stavamo bene, protetti da mura e portoni pesanti: non potevamo uscire, e pochi potevano entrare. A essere onesti fino in fondo, è vero che là dentro si doveva anche sottostare a qualche difficoltà, ma si sa che per avere bisogna anche saper dare. Erano disturbi sopportabili, come quello che ci costringeva a mangiare la carne con il cucchiaio: non era impossibile, bastava tenere ferma un'estremità con le dita e poi fare forza con la posata dall'altra.
Con un po' di pratica si riusciva a strapparla pezzo a pezzo. Poi c'era la complicazione dell'elettrochoc, ma quello era medicina e aveva il dolore lungo di un'iniezione: però quando ci svegliavamo l'agitazione stramaledetta del diavolo non c'era più.
E le passeggiate obbligate da farsi in circolo giù in cortile, a parte freddo e pioggia non era male; a volte riuscivamo anche a divertirci, specie quando c'era il piccolo Mario con le sue trovate. Ti ricordi di quella volta che cominciò a sputare in su e poi a coprirsi la testa? E noi tutti dietro a imitarlo, gridando in coro "Piove, piove" mentre dall'alto un sole rosso infuriato sembrava dirci "E io che cazzo ci sto a fare?" E il gioco della sigaretta, te lo ricordi? Quando riuscivamo a elemosinarne una, la si accendeva con la voglia di mille bocche, poi tirata passava tirata. Perdeva chi, nell'ultimo passaggio, urlava per il dolore delle labbra ustionate.
Sì, si stava bene in quel posto, succedevano anche cose meravigliose, come quella che capitò alla vecchia Luigina, che un giorno improvvisamente si rifiutò di ridere, mangiare, parlare e fumare.
Poverina, cominciò a dimagrire fino a diventare più magra di un'acciuga, allora i dottori dall’alto del loro ingegno la obbligarono a infinite flebo alimentari. Fummo noi a capire il motivo di quello sciopero, così tirammo fuori dai nascondigli tutti i nostri risparmi e le comprammo dei magnifici denti nuovi. Che commozione quella volta, e che momento, quando Luigina si mise a ridere e ordinò una sigaretta: credo che gli applausi intorno durarono per più di un'ora.
E quell'altro episodio, quello che ti riguarda da vicino, lo rammenti ancora?
Era il più freddo dicembre che avessimo mai vissuto, tanto che ci costrinsero nelle camere perché il cortile era così bianco e liscio che sembrava una pista di pattinaggio: solo al centro, dove doveva esserci l'aiuola, resisteva ancora in piedi un piccolo fiore bianco. lo e te ci guardavamo dalle finestre,
quando tu con gesti strani cercasti di farmi capire qualcosa. Impiegai non so quanto tempo prima di afferrare il tuo desiderio, volevi a tutti i costi quel fiore coraggioso. Vestito com'ero del solo pigiama e sfidando la sorveglianza infermiera mi precipitai giù dalle scale e attraversando portone su portone
arrivai in giardino, dove mi esibii in una danza memorabile. Facevo un passo, una giravolta, e giù per terra. Passo, giravolta e a terra: e così avanti, fino a cadere cinquanta volte prima di arrivare al tuo desiderio. Quando lo raccolsi lo innalzai al cielo come il trofeo della vittoria. Poi seguì il ritorno con la cautela di non rovinare il fiore, e per questo, mi misi con la pancia in giù e avanzai come fanno i soldati quando attraversano le trincee. Arrivato, passai il fiore bianco a un inserviente che ebbe la premura di portartelo. lo riuscii a raggiungere la mia finestra giusto in tempo per vederti, dolce mentre stringevi il mio omaggio delicato sul cuore: fu un momento da incorniciare e mettere da parte, perché subito dopo l'incantesimo si ruppe e il ghiaccio bianco si sciolse, lasciando il fiore al suo colore secco. Quella fu l'ultima immagine dell'episodio, subito dopo fui colpito dai pugni potenti dei controllori, offesi per l'affronto della mia disobbedienza. Quindi fui ricoverato in infermeria, non tanto per le contusioni subite, quanto per una broncopolmonite e una febbre a quaranta e passa che mi regalò quel dicembre incredibilmente freddo.
Cara, ti ricordi ancora di quel ghiaccio? E il fiore secco lo conservi ancora? lo dico di sì, anzi, scommetto che l'hai anche colorato, magari con un rosso vivo e con il bianco dell'origine.
Se sì, ti prego tanto, mandami a dire, la mia solitudine ha bisogno di sapere.
A proposito di Casamento, ogni tanto ho il piacere di passargli vicino, sai come l'hanno combinato?
Lo hanno vestito da Asilo e Scuola per i bambini. Non mi è sembrato giusto, così sono entrato per chiedere il motivo, e con la più grande scortesia mi hanno allontanato, dicendomi "che hanno più diritto i vivi che i sopravvissuti". Ti rendi conto, dire "sopravvissuti" a noi, noi che abbiamo scopi innamorati e un milione di baci e abbracci da vivere, ma non c'è niente d~ fare, noi l'offesa ce la porteremo dietro fino alla morte.
Anche nei nostri anni migliori eravamo il bersaglio preferito dell'oltraggio. Visitatori; professori, dottori, tutti a spiegarci con parole difficili che non avevamo testa: ma allora," tutti i dolori insopportabili che girano dentro? Quelle fitte strappacervelli non vengono certo ordinate dall'esterno, per non parlare poi dei deliri, che ormai come un'abitudine non spaventano più. Quelli. non saranno mica fantasmi agitati spediti su per il culo, eh? Mah! Oggi la verità è sempre più rivoltata e maltrattata nelle versioni di comodo.
Il nostro Casamento: oggi là dentro insegnano grammatica e geografia, una volta, invece, c'erano solo urla e terrore. Ma noi lasciavamo fare, noi eravamo più forti, dalla nostra avevamo la potenza del sentimento. Quanti amici sono passati, andati, e mai più sentiti. Tu hai qualche notizia? Mi piacerebbe sapere, se puoi... mandami a dire.
Io dalla mia so poco, per certo so che Alcide il "Garibaldino", quello delle barricate e delle improvvise cariche agli infermieri, è finito, sotto un camion, e giù subito tutti a dire "È morto un demente che non sapeva vivere nel rispetto del traffico". Deficienti, sfido chiunque, dopo trent'anni di mura alte e portoni pesanti, a riuscire ad ambientarsi in poco tempo nel vaneggiamento di automobilisti senza occhi.
Poi ho saputo della "Gran Dama", Margherita, quella che si vestiva più strano di noi e che aveva il vezzo di farsi servire, omaggiando poi i servi con caramelle alla frutta. Lei, appena buttata fuori dal Casamento, ha scelto il grattacielo più alto e da là ha preso il volo. Per lei solo due parole su un notiziario, che annoiate spiegavano "la morte di un'insana". Deficienti, due volte deficienti. Che ne sanno, loro, che non hanno mai messo la testa dentro il loro superfluo. Che ne sanno, loro, della paura atroce di chi è prigioniero della libertà.
La libertà: ma chi l'aveva mai chiesta. Quel giorno ci vennero a prendere tutti con un pullman, sembrava che ci portassero a quelle solite gite dove si girava, si girava senza scendere un momento.
Dopo aver caricato stracci e bagagli ci portarono alla Stazione. Là, senza darci il tempo del saluto, misero i ricoverati su degli orribili treni e li spedirono a destinazione. Chi dai genitori, chi dai nonni, e chi, èome te, da una sorella arrabbiata per il disturbo da mantenere. Solo io rimasi giù, a me diedero un biglietto, e sopra c'era l'indirizzo di un' abitazione da dividere con altri due: sono otto anni che abito con loro e quei due non li ho ancora sentiti parlare.
Maledetta libertà, troppo grande per due che non riescono a incontrarsi, com'è possibile che da anni consumo le scarpe dentro la speranza senza riuscire a trovarti? E tu, anche tu cammini e mi cerchi?
Se sì, mandami a dire, non vorrei che girassimo in un tondo infinito, senza trovare l'incontro che ci possa fermare.
Oggi sembriamo i protagonisti di un volo dove non esiste cielo, mentre ci perdiamo nelle difficoltà delle ali inutili.
Dico, ma quanto potrò resistere alla tortura della nostra distanza? A volte mi sembra di non farcela
più, e così mi lascio andare alla proprietà degli umori, quelli che mi soffiano le condizioni più disperate. A volte mi consigliano la gelosia, e allora sto male e tremo al pensiero che tu, tu sia chiusa in un abbraccio che non è il mio, allora mi assale la voglia innaturale di distruggere il ladro del mio posto. A volte, invece, ricevo ipotesi sconfortanti che vogliono dettarmi la tua scomparsa: dura poco, però, perché poi mi ricordo che un giorno noi abbiamo comprato il Mondo e le nostre vite. Perciò decideremo noi quando andare, vero, mia Dolce Adorata?
Cara, cara come il segreto più intimo che non si' può confidare, adesso chiudo perché comincio a sentirmi stanco, anche oggi ho camminato inutilmente tutto il giorno in cerca di te.
Ancora una cosa volevo chiederti: come mai le lettere che ti scrivo finiscono tutte per tornarmi indietro? Non sarà mica che hai cambiato casa o città? Se sì, mandami a dire, così non mi scrivo più da solo.E continuo a cercarti anche col telefono, però da anni non risponde nessuno. Ma non mi arrendo, tu sai che ho la testa dura dell'amore, così da un mese ogni giorno faccio un numero diverso e, siccome la coincidenza esiste, prima o dopo ti troverò.Io dalla mia ho una speranza che vince mille a zero sulla pazienza, così so e ho sempre saputo che un giorno... Un giorno arriverà il tramonto e si siederà sopra il sole, ma in quel momento il sole si rifiuterà di scendere giù, giù in fondo al mare, allora succederà che ci sarà luce tutto il giorno, sarà la volta che i curiosi non si sveglieranno dal riposo e tu, tu non sarai astratta come il sogno. Sarà un giorno senza numero, senza mese e senza anno, e io e te avremo conquistato 1'eternità.Ci credi? Se sì, mandami a dire.

Pino Roveredo

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