…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

sabato 3 dicembre 2011

Aridità

Di mattina gettai la rete in mare.
Pescai dal profondo abisso cose
d'aspetto bizzarro e di strana bellezza:
alcune brillavano come sorrisi,
altre luccicavano come lacrime, altre
ancora erano rosa come le guance d'una sposa.
Quando, col carico del giorno sulle spalle, tornai a casa,
il mio amore sedeva in giardino, sfogliando lenta
i petali d'un fiore.
Esitai un momento e, standomene silenzioso,
deposi ai suoi piedi tutto quello che avevo pescato.
Lei guardò distratta e chiese: «Che strani
oggetti sono questi? Non capisco a cosa
possano servire».
Chinai per vergogna la testa, pensando:
«Non ho lottato per averli, non li ho comprati
al mercato, perciò non sono doni degni di lei».
Per tutta la notte li gettai
a uno a uno nella strada.
Al mattino passarono dei viandanti; li raccolsero
e li portarono in paesi lontani.
Rabindranath Tagore

Allora considerai la mia vita

Allora considerai la mia
vita, e vidi che è anch’essa
un fiume, vidi che soltanto
ombre, ma nulla di
reale, separano il ragazzo
Siddharta dell’uomo
Siddharta e dal vecchio
Siddharta. Anche le precedenti
incarnazioni di
Siddharta non furono un
passato, e la sua morte
e il suo ritorno a Brahma
non sono un avvenire.
Nulla fu, nulla sarà: tutto
è, tutto ha realtà e presenza.
Hermann Hesse, Siddharta

Sensazione

Nelle sere d’estate andrò per i sentieri,
pizzicato dal grano, pestando i fili d’erba;
ne sentirò, sognante, il fresco sotto  i piedi.
E al vento lascerò bagnare la mia testa.
Non dirò più parole, non farò più pensieri:
ma un amore infinito mi salirà nel petto,
e andrò molto lontano, sarò come  uno zingaro,
come una donna per i campi contento.
Arthur Rimbaud

Ascolta

Io mi prendo nelle notti
Le rose della tua bocca
Che nessun’altra ci beva.
Quella che ti abbraccia
Mi deruba dei miei brividi
Che intorno al tuo corpo io dipinsi.
Io sono il tuo ciglio di strada.
Quella che ti sfiora
Precipita.
Senti il mio vivere
Dovunque
come orlo lontano?
Else Lasker-Schüler

Notte dell'amore insonne

Notte alta, noi due e la luna piena;
io che piangevo, mentre tu ridevi.
Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti
attimi e colombe incatenate.
Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi tu in profonde lontananze.
La mia angoscia era un gruppo di agonie
sopra il tuo cuore debole di sabbia.
L'alba ci ricongiunse sopra il letto,
le bocche su quel gelido fluire
di un sangue che dilaga senza fine.
Penetrò il sole la veranda chiusa
e il corallo della vita aprì i suoi rami
sopra il mio cuore nel sudario avvolto.
Federico Garcia Lorca

Quando mi passò accanto velocemente

Quando mi passò accanto velocemente,
l'orlo della sua veste mi sfiorò.
Dall'isola sconosciuta d'un cuore
venne improvviso un respiro caldo di primavera.
Fu un tocco fugace che svanì
in un momento come il petalo di un fiore reciso
trasportato dall'aria.
Ma si fermò sul mio cuore come un sospiro
del suo corpo, come un sussurro dell'anima.
Rabindranath Tagore

venerdì 2 dicembre 2011

Claudio Lolli - Anna di Francia

Anna non vive, è da sola
si è già stancata di prenderci in giro
e Luigi Nono è un coglione …
Anna si arrabbia, basta parlare,
Anna si alza, andiamo via
e mentre la strada mi fa perdonare
c’è anna che brinda alla sua anarchia,
Anna imprendibile più di un momento,
Anna dà un bacio alla piazza e poi se ne va.

Questo mondo è per te

Comunque sia, questo mondo è per te.
Mi sono domandato molte volte
a che serviva, e non serviva a niente,
ma adesso grazie a te ritorna utile. 
Fa il conto della merce abbandonata
da Dio e prendila, l’hanno fatta per te
millenni di uomini che non ti conoscevano
ma che cercavano di prefigurare
in templi e tombe di roccia e biblioteche
uno stupore come quello che effondi
quando sorridi e fai fermare il tempo
e tutti ammutoliscono rapiti
e ti alzi e dici, «io me ne vado a letto».
Dormi, al risveglio sarà lì il tuo retaggio:
una città che fu famosa assai,
un fiume sporco cantato dai poeti,
il cinema dove hanno ucciso Giulio Cesare;
e intorno valli, montagne, mari, oceani,
e capitali, e continenti e selve,
e piramidi, e versi, e adoratori
della tua forma esterna o quella interna
e in alto il cielo e il sole e le stelle e la luna
e sulla terra le bestie ubbidienti
a te che infine vieni a giustificare
la loro straordinaria varietà.
È tutto tuo e non finisce mai.
 
Rodolfo Wilcock 

Mi piaci moltissimo

Per qualche motivo che ignoro, mi piaci moltissimo. Molto, niente di irragionevole, direi quel poco che basta a far si che di notte, da solo, mi svegli e, non riuscendo a riaddormentarmi, inizi a sognarti.
Lettere a Milena, Franz Kafka

Si può essere fatti peggio di così?

Ma quando ti viene quella voglia di piangere pazzesca,
che proprio ti strizza tutto, che non la riesci a fermare,
allora non c’è verso di spiaccicare una sola parola,
non esce più niente, ti torna tutto indietro, tutto dentro,
ingoiato da quei dannati singhiozzi,
naufragato nel silenzio di quelle stupide lacrime.
Maledizione. Con tutto quello che uno vorrebbe dire…
E invece niente, non esce fuori niente.
Si può essere fatti peggio di così?
Alessandro Baricco da “Castelli di rabbia”

giovedì 1 dicembre 2011

Se il muro fosse di pietra e non d’aria


Se il muro fosse di pietra e non d’aria,
se attraverso il muro non si toccassero gli alberi,
se le alte sbarre d’ombra che ti rigano l’anima
fossero l’ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare,
se ricordassi lo scatto d’una porta che si chiude
alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi
alla cintura del carceriere che si allontana:
quale sollievo ne avresti nell’orrore!
Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi,
la rocca più imponente può essere distrutta.
Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s’aprirà.
E non è muro: nessun muro sarà abbattuto.
Le sbarre d’ombra sono le vere sbarre,
non saranno divelte. Tu confini con l’aria,
tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera,
e sei tu stessa la tua prigione che cammina.
Margherita Guidacci

Strada verso il nulla


Non so mai separarmi da te, rimango sempre
col freddo di qualche parola che non ho detto,
con un malinteso da temere,
quel vuoto di rozza inesistenza
che a volte, goccia a goccia, si trasforma
in disperazione.
Mai so separarmi da te, perché non sono
il viaggiatore che passa fra la gente,
quello che va di aeroporto in aeroporto
o quello che guarda le automobili, in senso contrario,
correndo verso la città
nella quale ti sei appena fermato.
Non so mai separarmi, perché sono
un cieco che va a tentoni per il tunnel
della tua mano e delle tue labbra quando dicono addio,
un cieco che si imbatte nei malintesi
e con quelle parole
che non sanno pronunciare.
Rimpianto d’amore,
non posso allontanarmi mai da tutto quel che sei.
In un vuoto di rozza inesistenza,
vado via da me
strada verso il nulla.
Luis Garcìa Montero

Quando l’erba crescerà sulla mia tomba

Quando l’erba crescerà sulla mia tomba,
Sia lì il segno che mi si dimentichi del tutto.
La Natura mai si ricorda, per questo è bella.
E se si prova il bisogno morboso di ‘interpretare’
L’erba verde sulla mia tomba,
Dite pure che continuo a verdeggiare e ad essere naturale.
Credo al mondo come a una margherita,
Perché lo vedo… Ma non penso ad esso,
Perché pensare ad esso non è capirlo…
Il Mondo non si è fatto perché noi pensiamo a lui,
(pensare fa male agli occhi)
Ma perché lo guardiamo con un senso di accordo…
Io non ho filosofia, ho dei sensi.
Se io parlo della Natura, non è che sappia ciò che è,
Ma perché l’amo, e l’amo per la ragione
Che colui che ama mai non sa quel che ama,
Né sa perché ama, né cos’è amare.
Amare è l’innocenza eterna,
E l’unica innocenza è quella di non pensare.
Fernando Pessoa

Abbandono

Apposta quando mi hai piantato
non hai preso
il segno che ha lasciato
la tua testa
sul cuscino?
Eppure
nel nostro amore confidavo
quanto nell’orologio
al molo dei battelli,
o alla stazione dei treni.
E come te,
anche mia madre mi aveva abbandonato
e mi sta nell’ombelico
il segno,
lasciato
dalla sua mancanza
Sunay Akin

Alimenti spirituali

Vi sono alimenti spirituali, esattamente come vi sono alimenti materiali; così come ogni giorno mangiate il pane e bevete acqua per nutrire il vostro corpo fisico, dovete anche nutrivi del sole, del suo calore e della sua luce, per alimentare i vostri copri spirituali. E’ così che diverrete realimente vivi. Cercate dunque di guardare ogni mattina il sole al suo sorgere come se lo vedeste per la prima volta, ed esso vi apparirà sempre nuovo.
Omraam Mikhael Aivanhov

Il contatto

Semplicemente lo voglio dire
È stato un contatto casuale
e anche un sorriso
Nulla piú. Ma ancora
ne scaturiscono giorni quasi
la terra dondolasse appesa a
un grande ombrello di seta blu
Christoph Wilhelm Aigner

Sguardo indietro

Con i suoi sguardi
lei mi ritaglia
una finestra
Dentro fioccano nastri di neve
brandelli di vento discorsi di uccelli
Rullare di treni
Poi in primavera
e ancora nell’autunno della scuola
grida di legno
sotto la sega
Le estati da solo nel cortile
Il vuoto nel petto
L’amaro debole
primo essere innamorato
Christoph Wilhelm Aigner

Prova di stelle

Guardarsi negli occhi a vicenda
per una notte e un mattino
All’improvviso scorre una stella
non più grande della testa di un’ape
su di un filo di luce
con cautela come si
abbassano le mani senza
sfiorare lo spigolo del tavolo
Quando questo accade è destinato a durare

Christoph Wilhelm Aigner

Facciamoci del male...

-Lei non faccia il tunnel!
-Cosa?
-Lei mi sta scavando sotto, mi toglie la panna, la castagna da sola sopra non ha senso. Il Mont-Blanc non è come un cannolo alla siciliana che c’è tutto dentro, è come uno zaino: lei se lo porta appresso per un mese e sta sicuro. Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte…
-Cosa?
-La Sacher Torte…
-Cos’è?
-Cioé lei non ha mai assaggiato la Sacher Torte?!…
-No.
-Va be’ continuiamo così, facciamoci del male!!!
Bianca (Nanni Moretti, 1984)

Rino Gaetano - I miei sogni d'anarchia

Imparo a vedere


Questi sono i rumori. Ma c’è, qui, qualcosa di più pauroso: il silenzio. Io credo che nei grandi incendi arrivi talvolta un istante così, di estrema tensione, i getti d’acqua ricadono, i pompieri non si arrampicano più, nessuno si muove. Senza suono un cornicione nero comincia a muoversi, lassù, e un’alta parete dietro la quale il fuoco si leva furioso si inclina, senza suono. Tutti ristanno e con la testa insaccata fra le spalle, i volti tutti raccolti negli occhi, aspettano il colpo terribile. Così è qui il silenzio.
Io imparo a vedere. Non so perché tutto penetra in me più profondo e non rimane là dove, prima, sempre aveva fine e svaniva. Ho un luogo interno che non conoscevo. Ora tutto va a finire là. Non so che cosa vi accada.
Oggi ho scritto una lettera, e d’improvviso mi sono reso conto d’essere qui solo da tre settimane. Tre settimane altrove, per esempio in campagna, potevano essere un giorno, qui sono anni. Non voglio più scrivere neppure una lettera. Perché devo dire a qualcuno che sto mutando in me? Se muto, non resto quello che ero, e se sono qualcosa di diverso da prima, è chiaro che non ho più conoscenti. E a gente estranea, a gente che non mi conosce, mi è impossibile scrivere.
L’ho già detto ? Io imparo a vedere. Sì, incomincio. Va ancora male. Ma voglio mettere a profitto il mio tempo.
Non mi era mai capitato di accorgermi, per esempio, di quanti volti ci siano. C’è un’infinità di uomini, ma i volti sono ancor più numerosi poiché ciascuno ne ha più d’uno. Vi sono persone che portano un volto per anni, naturalmente si logora, diviene laido, si piega nelle rughe, si sforma come i guanti portati in viaggio. Queste sono persone econome, semplici; non mutano di volto, non lo fanno pulire neppure una volta. Va bene così, sostengono, e chi gli può dimostrare il contrario?
Solo, viene da chiedersi: poiché hanno più volti, cosa ne fanno degli altri? Li mettono in serbo. Li porteranno i loro figli. Capita anche, però, che li portino i loro cani. E perché no? Una faccia è una faccia.
Altri, si mettono un volto dopo l’altro con rapidità inquietante, e li logorano. A tutta prima sembra loro di averne per sempre; ma sono appena sui quaranta, e già arriva l’ultimo. Questo naturalmente è una tragedia. Non sono abituati a tener da conto i volti, il loro ultimo se ne va in otto giorni, ha dei buchi, in molti punti è sottile come la carta, e allora a poco a poco vien fuori il rovescio, il nonvolto, e vanno in giro con esso.
Rainer Maria Rilke - (I QUADERNI DI MALTE LAURIDS BRIGGE - I)

Tesoro, questa sarà un'estate particolare

Tesoro, questa sarà un'estate particolare.
E non per l'eclissi, non per la fine del mondo
che tanto non ci sarà. Il guaio è che non siamo
vecchi abbastanza per rimpiangere la felicità,
né giovani quanto basta per essere sicuri
che oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.
In ogni caso, ne abbiamo di energia da vendere, noi,
e fegato a iosa e denti che possono benissimo
sostituire l'aquila del mito.
Tanto il fegato si rigenera, e quanto all'energia
quella che circola nell'universo è sempre la stessa.
E ne abbiamo da dire a quelli che hanno vent'anni
sulla passione e sull'amore appeso
al trillo di un cellulare
e sulle scopate una dopo l'altra che ti ritrovi a sentire
che l'abitudine è un'invenzione dei preti,
degli impotenti, dei mariti e delle mogli,
di gente tutta cioè che passa il tempo ripetendosi
c'era un tempo, c'era un tempo.
Bene, in un mondo del genere,
io non ho nulla da fare.
Ti ho incontrata, e chiamato Beatrice.
Che ti chiamassi davvero così, è solo un caso.
O una coincidenza.
Ce l'ho messa tutta per amarti.
Ma ciò che ho fatto non basta.
Tu stessa hai fatto lo stesso.
E anche questo non basta.
C'è sempre qualcosa ancora da fare in situazioni così.
Per esempio, chiedersi se si è teneri abbastanza.
E duri, quanto occorre per non convincersi
che la felicità è un diritto in stretta relazione
con il dna o con i coglioni.
E stupirsi che l'altro ci respiri sulle labbra.
E ci dica buongiorno e prepari il caffé.
E venga a passare l'estate nello stesso mare.
E ci faccia un pompino
o ce lo infili dicendoci ti amo.
Bene, noi non siamo folli,
né santi, o pervertiti e ciarlatani.
Io e te non siamo di quelli
che se ne vanno in giro
a giurare di non aver mai deluso nessuno
e di provare ancora gusto a vivere come si vive.
Abbiamo avuto ciò che volevamo,
e al prezzo giusto che hanno certe cose.
Ed ora eccoci qua, con questa nave che parte
alle ventuno in punto, e questa estate particolare
che promette d'essere generosa di struggimenti e desideri.
E la paura di vivere troppo.
Di morire
senza avere avuto il tempo di dirci
ciò che era necessario dirci prima che la nave partisse.
Luther Blissett, da "Spleen"

Spleen

Più cibo si prepara,
meno gli ospiti mangeranno.
La nave partirà alle ventuno in punto.
Non so se ci sarà luna. Se ci sarà, prima o poi,
sentiremo certe cose. E se non ci sarà,
sarà lo stesso.
Io avrò un chiodo negli occhi
e una birra per dissetarmi.
Tu, guardando le luci del porto,
farai buon viso a cattivo gioco per il bene di tutti,
e soffocherai quel che c’è da soffocare.
Alle ventuno in punto, l’estate ci dirà:
amici miei, un’altra volta fatevi mangiare dai topi,
e lasciate le stelle a incenerirsi nel cielo.
Avete desiderato il domani
ma oggi la vostra scodella è vuota.
Ma dove eravate a trent’anni?
E cosa facevate se non dormire come i morti
che aspettano il giorno della resurrezione?
Intanto, la nave sarà un po’ più lontana.
Tesoro, questa sarà un’estate particolare.
E non per l’eclissi, non per la fine del mondo
che tanto non ci sarà. Il guaio è che non siamo
vecchi abbastanza per rimpiangere la felicità,
né giovani quanto basta per essere sicuri
che oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.
In ogni caso, ne abbiamo di energia da vendere noi,
e fegato a iosa e denti che possono benissimo
sostituire l’aquila del mito.
Tanto il fegato si rigenera, e quanto all’energia
quella che circola nell’universo è sempre la stessa.
E ne abbiamo da dire a quelli che hanno vent’anni
sulla passione e sull’amore appeso
al trillo di un cellulare
e sulle scopate uno dopo l’altra che ti ritrovi a sentire
che l’abitudine è un’invenzione dei preti,
degli impotenti, dei mariti e delle mogli,
di gente tutta cioè che passa il tempo ripetendosi
c’era un tempo, c’era un tempo.
Bene, in un mondo del genere,
io non ho nulla da fare.
Ti ho incontrata, e chiamato Beatrice.
Che ti chiamassi davvero così, è solo un caso.
O una coincidenza.
Ce l’ho messa tutta per amarti.
Ma ciò che ho fatto non basta.
Tu stessa hai fatto lo stesso.
E anche questo non basta.
C’è sempre qualcosa ancora da fare in situazioni così.
Per esempio, chiedersi se si è teneri abbastanza.
E duri, quanto occorre per non convincersi
che la felicità è un diritto in stretta relazione
con il dna o con i coglioni.
E stupirsi che l’altro ci respiri sulle labbra.
E ci dica buongiorno e prepari il caffé.
E venga a passare l’estate nello stesso mare.
E ci faccia un pompino
o ce lo infili dicendoci ti amo.
Bene, noi non siamo folli,
né santi, o pervertiti e ciarlatani.
Io e te non siamo di quelli
che se ne vanno in giro
a giurare di non aver mai deluso nessuno
e di provare ancora gusto a vivere come si vive.
Abbiamo avuto ciò che volevamo,
e al prezzo giusto che hanno certe cose.
Ed ora eccoci qua, con questa nave che parte
alle ventuno in punto, e questa estate particolare
che promette d’essere generosa di struggimenti e desideri.
E la paura di vivere troppo.
Di morire
senza avere avuto il tempo di dirci
ciò che era necessario dirci prima che la nave partisse.
Luther Blissett

In un mattino di pioggia

Non è facile soffiare
nel cavo di questo mattino
così assolutamente disperato
non è facile trovare
un cannello ossidrico
per aprire i buchi del mondo
non è facile strappare i nomi
delle cose e dalle cose
per rifondare corrispondenze
e riappropriarti di una tenerezza che non è più tua
non è facile per il vecchio soffiatore di vetro
costruire ancora forme fragili come ali di farfalla
e dure come diamanti che ti concentrano
nell'iride tutta la luce d'ogni tempo e luogo
oggetti leggeri e lisci da ogni parte
quasi fossero attributi divini
che ad assaggiarli con la punta della lingua
ci senti dentro il freddo della conoscenza senza ragione
i denti fragili e precari della specie
perchè tu lo sai, vero?,
che sei arrivato al capolinea
e provvisorio sei come la ragione di dio
che dentro si rotola e s'evolve
senza altre ragioni che se stesso
così che in questo mattino
che deglutire è l'unica cosa
che puoi con fatica e dolore concederti
in questo mattino di pioggia
e di sensi che non vanno da nessuna parte
in questo mattino, amore,
se c'è una cosa da fare
è non fare.
Luther Blisset

Fragole e sangue

L’origine della specie è il fine
della rivoluzione biologica.
scrivo con il disordine dei sogni
scrivo con le mie contraddizioni di poeta errante
scrivo con la luna grande come una padella
scrivo e la rabbia s’accumula nel mio cuore trasparente
scrivo con cento miliardi di parole da conficcare
nel cervello dei sempreeguali tuttieguali
negli occhi degli imbecilli e dei pettegoli
nelle mani dei servi di cristo e di berlicche
nel buco del culo del diavolo e nel tuo ventre
con la vergogna d’essere osceno e tenero
con la cicatrice che non si rimargina
con la merda della vita che sale sulle labbra
con il cuore scuro come la notte in cui non m’addormento
scrivo con la siccità nelle vene
sotto il sole nero dell’impotenza
lungo le strade dove cacano i cani
nei pub che il martedì si recita a soggetto
dietro l’angolo davanti a tutti sempre da solo
con le mie preghiere le mie bestemmie le mie fatiche
scrivo con la iella addosso e le spalle tatuate dal dolore
con la fame d’amore e il furore d’impiccarsi
al baobab dei sogni andati a marcio
col sudore di chi è trafitto dentro e fuori
con questi stracci di memorie e attese da eroe senza mito
con queste mani che sono le mie mani
con queste dita avide di toccare
con queste labbra stanche di mordersi
scrivo con la laringe che trattiene l’urlo
con l’abitudine che mi rende cieco
con la sofferenza che mi fa veggente
con il sarcasmo di chi ha paura
con l’assenza di chi mi ama
con il dolore di chi mi odia
scrivo con la febbre e la follìa il fulmine la fusione
lo scandalo il tempo dritto e il tempo a rovescio
scrivo con le mie donne le mie amate e le mie odiate
le mie compagne le mie vedove le mie puttane
quelle che se ne andarono e quelle che restarono
per succhiarmi un’ora d’amore
scrivo con il disordine dei sogni
scrivo con le mie contraddizioni di poeta errante
scrivo con la luna grande come una padella
scrivo e la rabbia s’accumula nel mio cuore trasparente
scrivo con i miei desideri che sono morsi
e l’insonnia la tempesta la gioia e poi il silenzio
con il volo da falco incazzato
per le stelle le stalle e le strade che non portano da nessuna parte
con l’occhio stralunato e il cazzo messo su dal viagra
lungo i muri del piacere e le porte della stanchezza
e i giuramenti eterni e le bestie celesti
che irrompono nel mio sonno
la carne e il mare e il rumore
con l’appetito che freme e il cuore che chiede cuore
con il calore di questa nudità
con la nudità smisurata del desiderio che si fa sudore
povera ricchezza inerme
come lo sperma che ingoi
scrivo con i chiodi nelle palle e i tam tam degli incubi
con i mostri e gli scheletri dell’inconscio
con il bisogno d’ascoltare ed essere ascoltato
scrivo con la crudeltà d’esserci comunque
scrivo fino a farmi male
e il linguaggio si commuove
e la mia voce dice non ce la faccio più
scrivo con te diletta mio sangue mio cuore mia pena
dolce amore mia donna mia scommessa perduta
io non sono che tuo io posso lacerarmi per te
amata mia amata umida calda amante
mia donna tra le donne che ho dimenticate
amata mia la mia faccia non ha più lacrime
amata mia il mio cuore non ha più sogni
amata mia che sei sempre e non sei mai
o amata che io mi addormenti che io m’intenda con te
che il mio corpo ti copra e sia il tuo mantello
mia gioia mio giogo mia forza mia giovinezza mia fede
amata mia stringimi prendimi lontano dal mondo
scrivo con il disordine dei sogni
scrivo con le mie contraddizioni di poeta errante
scrivo con la luna grande come una padella
scrivo e la rabbia s’accumula nel mio cuore trasparente
Luther Blissett

Proteggo i tuoi occhi

Stringo con la mia mano
che invecchia, la tua mano,
e proteggo i tuoi occhi
con questi occhi che invecchiano.
Belva di spente età, mi bracca l'orrore,
sono arrivato da te
attraverso rovine di mondi,
e attendo, insieme a te, atterrito.
Stringo con la mia mano
che invecchia, la tua mano,
e proteggo i tuoi occhi
con questi occhi che invecchiano.
Non so perché né sino a quando
rimarrò qui con te:
ma stringo la tua mano
e proteggo i tuoi occhi.
 Endre Ady (Ungheria, 1872-1919)

Il tuo calore

Perchè statue e quadri
cercano di rubarti
dall'anima mia?
Che siano vivi o freddi:
Chi può sostituire il tuo unico calore?
Muoio in ogni mio bacio
e rinasco sulle tue labbra,
donne-scirocco vengano pure a centinaia,
mi soffiano ormai inutilmente
il loro calore dolce e spossante.
Morti o vivi, mi tentano inutilmente,
non c'è altro calore, solo il tuo, per me.
Chi altro potrebbe darmi il tuo unico calore?
Ady Endre

Sull'orlo di un precipizio selvaggio

Siamo in piedi, rigidi e dimenticati,
sull'orlo di un precipizio selvaggio,
l'uno all'altra attaccati;
nè un lamento, lacrima o parola:
per precipitare basta una mossa.
Come legami di carne e sangue
ci proteggono le nostre labbra,
blu e tremanti, ci tengono attaccati.
Finché mi baci non abbiamo parole,
ma dì una parola e cadiamo entrambi.
Ady Endre