…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

mercoledì 19 giugno 2013

Quai d’Orléans

Ogni chiatta sul fiume senza sforzo
rimor­chia una pos­sente scia,
un’enorme foglia di quer­cia – luci grigie
su un gri­gio più smorzato;
e, die­tro, foglie verdi fluttuano
verso il mare.
Le incre­spa­ture, vene mer­cu­riali sulle foglie
enormi, pun­tano
Alle sponde del lun­go­senna per smorzarsi
con­tro le murate,
piano come meteore che finiscono
in un punto del cielo.
E frotte di foglio­line, foglie vere, trainandole
tra­scor­rono
per scom­pa­rire, umili, negli antri destinati
a scio­gliersi del mare.
Noi ferme come sassi contempliamo
foglie e increspature
Men­tre dura l’abboccamento delle luce
e dell’acqua nervosa.
“Se quello che vediamo si scor­dasse così facilmente
di noi” io vor­rei dirti
“come di sé, o quasi… men­tre noi non ci libe­riamo mai
dei fos­sili di foglia”.
Elizabeth Bishop

martedì 18 giugno 2013

Pesantezza e tenerezza

Pesan­tezza e tene­rezza — sorelle, vi distin­gue un identico
tratto.
Api mel­li­fere e vespe suc­chiano la pesante rosa.
L’uomo si spe­gne, torna fredda la sab­bia che il giorno ha
scal­dato
e passa una bruna let­tiga che tra­sporta il sole di ieri.
Ah, pesanti favi e tenere maglie di reti!
E più facile sol­le­vare una pie­tra che ridire il tuo nome!
Al mondo un pen­siero, uno sol­tanto, mi resta:
il dorato pen­siero di come libe­rarsi dal far­dello del tempo.
Quasi fosse acqua scura, un’aria tor­bida inghiotto.
Il tempo è sol­cato dal vomere, e la rosa fu terra.
Le pesanti tenere rose si muo­vono in un lento gorgo;
pesan­tezza e tene­rezza hanno avvinto le rose in un duplice
serto!
Osip Mandel’štam

Angelo delle lenzuola pulite

Angelo delle len­zuola pulite, gli sca­ra­faggi li conosci?
Tempo fa in un mani­co­mio avan­za­vano come
mac­chio­line di cannella
men­tre io stavo distesa in una caverna clo­rata di droghe,
vec­chia come un cane, serena come uno scheletro.
Pez­zet­tini di san­gue secco. Cento segni
sul len­zuolo. Cento baci nell’oscurità.
Bian­che len­zuola odo­rose di sapone e cloro,
nulla hanno a che fare con que­sta notte di terra,
con fine­stre sbar­rate e ser­ra­ture multiple,
e tutte le cin­ghie di con­ten­zione sul letto, l’ultima retrocessione.
Ho dor­mito sulla seta, nel rosso nel nero.
Ho dor­mito sulla sab­bia e, una notte d’autunno, in un pagliaio.

Ho saputo cosa è una culla. Ho cono­sciuto il gesto di rimboccare
                                                                 le coperte a un bambino
ma den­tro i miei capelli attende la notte in cui venni deturpata.
Anne Sexton

Stringendosi alla terra

Amore alle lab­bra era un tocco
Dolce quanto reggevo;
E parve una volta troppo;
Io dell’aria vivevo

Che a fiotti da dolci cose
M’investiva…profumo di muschio
Da gio­vani vigne nascoste
In fondo a un pog­gio al crepuscolo?
Dolente io ero e stordito
Da fiori di caprifogli
Che scuo­tono quando li cogli
Una rugiada alle dita.

Bra­mai forti dol­cezze, ma solo
Da gio­vane par­vero forti;
Il petalo della rosa
Fu quello che punse e morse.

Nes­suna gioia adesso che mi piaccia
Se non mischiata a dolore,
A sfi­ni­mento e ad errore:
Per que­sto io amo la traccia

Di lacrime, il mar­chio che resta
D’un quasi troppo amore,
Il dolce d’amara corteccia
E delle spe­zie il bruciore.

Se morta, dolente e segnata
Ritiro via la mano
Dopo averla pre­muta, schiacciata
Nell’erba e nella sabbia,

Quel poco male non basta:
Io voglio più forza e più peso
Per­chè la terra ancor più rude prema
Tutto il mio corpo steso.
Robert Frost

...


lunedì 17 giugno 2013

Nell'acqua tutto è possibile

Mondo di ciò che è promesso,
acqua.
Nell’acqua tutto è possibile.
Appoggiato alla ringhiera,
il mondo che resta dietro
nell’acqua mi si fa chiaro,
e lo cerco,
dentro l’acqua, coi miei occhi,
e con l’anima, sull’acqua.
Il monte, corpo di rosa
nuda, indurita dai secoli,
mi si addolcisce nel verde
liquido, rompe catene,
e fugge, lasciando dietro il suo scheletro,
essa fluente, nell’acqua.
I tronchi dritti dell’albero
affidano
la loro linea, già stanca,
alle curve tentazioni
dei riflessi sulle onde.
E d’acqua nascono ai rami,
- bagliori di sole e schiuma -
Ii gennaio, delle foglie.
Perché l’anima del fiume
non ha inverni:
gli fioriscono dal fondo,
sulla sponda, ogni mattina,
dolci primavere morbide.
I vasti fondi del tempo,
delle distanze, si levigano
scordandosi il loro dramma:
separare.
Tutto si unisce e si appiana.
Il cielo più alto vive
confondendosi con l’erba
e con l’amore di Dio.
E chi ha un amore lontano,
vede nell’acqua, che ha un passo,
forme, voce, favolose
presenze di quel che ama.
Gli ordinamenti terrestri
smussano nelle onde il filo,
scordano che ci comandano;
possiamo, liberi, amare
quello che amiamo sull’acqua.
Oscillano gli impossibili,
tremanti come le canne
della sponda, ed alla rosa
e alla vita vengon meno
le spine che ci bucavano.
Va così dritta ed allegra
l’acqua verso il suo destino,
che al suo esempio si disarma
il terrore del futuro:
se lei arriva, arriveremo
anche noi, con lei, insieme,
al gran termine dell’ansia.
Ciò che è difficile in terra,
sulla terra,
trionfa nell’acqua esultando.
E mentre ancora si negano
- incostante, della terra -
baci, ed aurore, mattini,
proprio qui sul suolo fermo,
il fiume sicuro canta
gli impossibili possibili,
di onda in onda, le promesse
delle gioie liberate.
La terra nega ogni cosa,
tutto però mi si offre
da dentro l’acqua, sull’acqua.
Pedro Salinas

Amore non sostiene

L’amore non è certo un sentimento
ma è quell’ossessivo ragionare
sul mistero del nostro apprendimento.
Apprendo la tua fac­cia e la mantengo
ma poi la perdo in un istante e la riprendo,
aggiungo e tolgo, mi accorgo
di ogni cam­bia­mento, funam­bolo pensiero
sem­pre sul punto di cadere
– amore non sostiene.
Patrizia Cavalli

...


Siamo di troppo

È così pieno il mondo. Terribilmente pieno.
Di montagne, di piante, di caserme e officine.
Di case con vicini e di bianchi ospedali.
(Ogni tanto vi è un fiore. Non reciderlo, amico.
Qualche volta dei fiumi come vene smarrite).
Quanti treni, aerei, carceri, torpediniere,
motori e banche e cinema e osterie.
Sale operatorie.
Tante graziose stelle e insegne luminose.
(Cognac Barbier, Calzature Eureka e altre ancora).
(E poi anche automobili veloci e più belle
di arcangeli d'acciaio con le ali piegate).
Donne esultanti. (Rouge aux lèvres. Sigarette).
E bimbi che singhiozzano dietro le pareti,
la madre accanto dorme con una pietra al collo.
E bebè custoditi in lettini cromati,
ben pasciuti fra trine e latte condensato.
Dolciastre zitellone col loro cagnolino.
Ragazze dallo sguardo divinamente ottuso.
E biondi adolescenti cui strani desideri
fanno rizzare il pelo.
Il mondo, soprattutto, di uomini è pieno.
Quante mani superflue, camicie rappezzate,
scarpe sdrucite che lambiscono gli asfalti.
Quanti occhi e quante bocche appostate voraci.
Quanti cervelli bianchi e pensieri come pesci
rotanti fra benefici cachet di aspirina.
Per non parlar dei dotti. Quegli strazianti dotti
che vegliano giocando con oscure parole:
Ciclotrone, supersonico, cibernetica e altre.
È così pieno il mondo, ch’io, vi assicuro, amici,
non saprei dove mettermi.
Non so se avrò mai posto.
Son di troppo i poeti.
Ángela Figueira Aymerich

lunedì 3 giugno 2013

Tu ed io

Felice il momento quando sediamo, io e te, nel palazzo,
due figure, due forme, ma un'anima sola, tu e io. 
L'acqua di vita darà immortale gioia al Giardino e al canto
degli uccelli,
quando insieme incederemo in mezzo ai fiori, tu e io!
Le stelle del firmamento scenderanno a guardarci
e la nostra splendida Luna mostreremo a loro, tu e io!
Tu e io senza più tu né io ci uniremo nell'estasi,
lieti e felici e liberi dalle vane parole, tu e io!
 E gli uccelli celesti s'addolciranno di zucchero il becco
nel luogo ove noi così a gioia rideremo, tu e io!
Ma ben strano è che io e te stretti in un solo nido
siamo, in questo momento, uno in Iraq e uno in Khorasan,
tu e io!

In una forma su questa terra, e, pure, in altro disegno,
nel paradiso di dolcissima gioia, tu e io!
Gialal ad-Din Rumi

domenica 2 giugno 2013

Ti amerò fino alla fine del mondo

Michele s’infilò nel fienile dall’architettura decaduta di una chiesa sconsacrata. Una zaffata di fieno umido e di letame gli penetrò nelle narici. Era l’afrore intimo e dolciastro della natura che partorisce incessante, al chiuso e in segreto, sterpaglie, insetti e germi invisibili: il sapore dolcissimo, eterno, che mantengono nella memoria i fichi più squisiti della giovinezza, abbandonati a macerarsi al sole, assaggiati e mai goduti fino in fondo.
«Blanca?» Sprazzi di luce filtravano dalle tegole. «Dove ti sei nascosta?» Si affacciò sul piano di carico di un carro, ma conteneva solo un poncho smangiucchiato dai topi. Un tonfo lo fece trasalire: «Sei tu?».
Il fienile proseguiva con un angolo a elle. Michele entrò nel secondo stanzone.
Scoprì nella paglia una lunga scala d’appoggio, vittima del colpo di prima. Alzò gli occhi al soppalco. Un altro lampo da fine del mondo denunciò l’ombra del corpo femminile alla parete. Si era nascosta lassù, dietro un covone di fieno.
I pioli della scala gemettero sotto gli stivali. Michele si arrestava a ogni passo, non riusciva a distinguere se fosse un lamento del legno marcio o un sussulto della señora, irraggiungibile per un emigrante e ora così violabile, piolo dopo piolo, mentre il suo desiderio si elevava in un silenzio di chiesa. Lei si erse in piedi ad attenderlo. Nessuno dei due rideva più.
Fu sovrastato dal corpo di donna. Si soffermò sulle caviglie, bianche, fragili, perfette, che lo commossero per la loro grazia. Gli parve inaudito che potessero sostenere le lunghe gambe raffinate, le cosce tornite sotto la gonna rosa antico. Afferrò le caviglie con uno scatto. «Ah!» reagì Blanca in trappola. Stringendole quasi fossero l’impugnatura della scala, salì l’ultimo piolo.
La gonna volò dal soppalco, si posò sulla paglia e il fango. I pantaloni caddero sul lago rosa della gonna. Anche i vestiti si accoppiarono sotto la pioggia che sgocciolava dalle tegole rotte.
Nessuno dei due aveva mai fatto l’amore con tanta estenuante lentezza. Era come se avessero paura di rompersi. Il tango, che dalla prima notte al Bandoneón non aveva mai smesso di risuonare nei loro corpi disgiunti, poté vibrare in tutte le carezze con cui si riconobbero, confermandosi di essere venuti al mondo l’uno per la gioia dell’altra. I sogni di Blanca erano popolati di uomini. Michele ignorava che fosse stata educata da rigide monache. Le avevano insegnato a sopportare cristianamente i doveri coniugali. Per la prima volta quegli indistinti nudi maschili evasero dalle sue segrete fantasie e si materializzarono, liberati. Lei godette da ciascuna di quelle anime incarnate. Lo toccava e le sembravano in dieci. Arrendersi a tutti moltiplicò il suo piacere allo spasimo.
La lingua di Michele la fece gemere. Serrò il suo volto fra le cosce, inarcò il bacino, offrì in dono il proprio nettare alla maschilità assetata. Lui la bevve. Con le labbra che non stavano mai ferme, solcò il monte di Venere, il ventre teso, i seni. Quel corpo era la sua Isola delle Femmine in Sudamerica. Più di una donna, un’avventura. La vissero senza sapere dove i loro corpi li avrebbero portati. La bocca di Blanca avvolse il membro. Fu eccitata e fiera del potere di ingigantirlo (di ingigantirli tutti) conoscendolo nella sua estensione e inghiottendolo fino a sentire il rigonfiamento delle sue soffici radici. Al culmine del desiderio si lasciò attraversare da lui, possedendolo a propria volta. È l’amore, feroce come sanno renderlo i grandi amanti, ancora presente in quel fienile insieme a tutte le cose che ci sopravvivono. I loro discorsi fluttuano sull’afrore dei fichi spezzati e delle mele appena sbocconcellate, furono e sono sempre parte della natura che partorisce, nell’ombra, sterpaglie, germi, gocce di vita e il patto eterno di due esseri speciali.

“TANGO ALLA FINE DEL MONDO” di DIEGO CUGIA

giovedì 30 maggio 2013

Hai colorato i miei pensieri

Hai colorato
i miei pensieri
e i miei sogni,
con gli ultimi riflessi
della tua gloria
Amore,
trasfigurando
la mia vita
per la prossima bellezza
della morte.
Come il sole,
al tramonto,
ci lascia intravedere
un angolo di cielo,
hai mutato il mio dolore
in gioia immensa.
Per incanto, Amore,
vita e morte
sono diventate
per me
la stessa grande
meraviglia
Rabindranath Tagore

George Gray

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione,
ma la mia vita.
Perché l'amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l'ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell'inquietudine e del vano desiderio –
è una barca che anela al mare eppure lo teme
Edgar Lee Masters

martedì 28 maggio 2013

Collina funesta

Io sulla mia collina,
nudo e vulnerabile.
Ogni rumore mi colpisce,
ogni luce mi ferisce.
Ogni disagio
cresce e si addensa,
mi scorge e a me si volge,
mi insegue e incalza.
Di solito oppongo resistenza.
Ma non qui e non ora.
Non sulla mia collina,
non nudo e vulnerabile..
Robert Gernhardt

Per quel tempo

Voglio morire quando muore il giorno,
in altomare e con la faccia al cielo
dove pare sogno l'agonia,
e l'anima un uccello che si libra in volo.
Non sentire negli ultimi istanti,
ormai a tu per tu con il cielo ed il mare,
altre voci o preghiere singhiozzanti
che il maestoso rompersi delle onde.
Morire quando la luce, triste, ritira
le sue auree reti dall'onda verde,
ed essere come questo sole che lento spira;
qualcosa d'assai luminoso che si perde.
Morire, e giovane: prima che distrugga
il tempo greve la gentile corona;
quando la vita dice ancora: sono tua,
anche se che c'inganna ben lo sappiamo.
Manuel Gutiérrez Nàjera

Incontri

Gli incontri avvengono quando arriviamo a un limite,
quando abbiamo bisogno di morire e rinascere emotivamente.
Paulo Coelho

sabato 25 maggio 2013

Anima

Credo anch'io che la nostra vita e le nostre percezioni si sviluppino a partire da un groviglio di ricordi sommersi. 
Forse quello che chiamiamo anima non è se non l'insieme di questi oscuri detriti di ricordi.
Hermann Hesse, Pellegrinaggio d’autunno

A piedi

A piedi
ho dovuto traversare il sistema solare
prima di trovare il filo originario del mio vestito rosso.
Presagisco già me stessa.
Da qualche parte nello spazio pencola il mio cuore,
dal quale sgorgano scintille squassando l’aria,
verso altri cuori intemperanti.
 
Edith Södergran

Anastasia

Di capo a tre giornate, andando verso mezzodì, l’uomo s’incontra ad Anastasia, città bagnata da canali concentrici e sorvolata da aquiloni. Dovrei ora enumerare le merci che qui si comprano con vantaggio: agata onice crisopazio e altre varietà di calcedonio; lodare la carne del fagiano dorato che si cucina sulla fiamma di legno di ciliegio stagionato e si cosparge con molto origano; dire delle donne che ho visto fare il bagno nella vasca d’un giardino e che talvolta invitano – si racconta – il passeggero a spogliarsi con loro e rincorrerle nell’acqua. Ma con queste notizie non ti direi la vera essenza della città: perchè mentre la descrizione di Anastasia non fa che risvegliare i desideri uno per volta per obbligarti a soffocarli, a chi si trova un mattino in mezzo ad Anastasia i desideri si risvegliano tutti insieme e ti circondano. La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poichè essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento. Tale potere, che ora dicono maligno ora benigno, ha Anastasia, città ingannatrice: se per otto ore al giorno tu lavori come tagliatore d’agate onici crisopazi, la tua fatica che dà forma al desiderio prende dal desiderio la sua forma, e tu credi di godere per tutta Anastasia mentre non ne sei che lo schiavo.
Italo Calvino - Le città invisibili

venerdì 24 maggio 2013

Amo...

Amo ciò che di tenace ancora sopravvive nei miei occhi, nelle mie camere abbandonate dove abita la luna, e ragni di mia proprietà, e distruzioni che mi sono care, adoro il mio essere perduto, la mia sostanza imperfetta.
Pablo Neruda

Ti stringo...

Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.
Alfonso Gatto

Questo nostro mondo

Strano, nevvero?
non puoi
paragonarlo
con niente
altro
eppure impari
in fretta
che c'è
qualcosa di sbagliato
nel mondo
e nella gente
che
ci vive.

vuoi esser giusto
ed obiettivo
ma quando
scopri quello
che ci fa
e le scelte
che ci
impone,
le strade in cui ci tocca
camminare,
quello che ci fa vedere,
sentire,
sopportare
giorno e notte,
giorno dopo giorno,
anno dopo anno,
allora,
brutto dio,
non c'è niente
che puoi paragonare neanche
a questo
sicchè non puoi
esattamente dire
che è uno schifo
ma perchè diavolo
lo sembra?

per esempio
infilarsi
le scarpe
al mattino
è come dover
scavalcare
una montagna.

sì,
vorrà dire
che è colpa nostra.
vorrà dire
che siamo malati.
vorrà dire
che è proprio
così
sebbene non ci sia
niente con cui
paragonare
neanche
noi.

malati.
insensibili.
nati in questa
luce
e gloria portentose,
le imbavagliamo,
le
rigettiamo
mentre le api
e le farfalle
più che mai
trasportano
il loro
polline
fottuto.

Charles Bukowski

Oggi la neve s’è disciolta

Oggi la neve s’è disciolta, oggi
Sono rimasta a lungo alla finestra.
L’occhio è tornato alla realtà; più libero,
Rasserenato, nuovamente è il petto.
Il perché non lo so. Può darsi che
L’anima sia semplicemente stanca,
E in qualche modo non ho avuto voglia
Di metter mano a un lapis irrequieto.
Così sono rimasta — nella nebbia —
Lontana sia dal bene che dal male,
Tamburellando calma con le dita
Sul vetro, che ne tintinnava appena.
Non fa nessuna differenza, l’anima,
Su ciò che incontra per la prima volta:
Sia una pozzanghera di madreperla,
Dove s’è arrovesciato il firmamento,
O un uccello che sfreccia su nell’aria,
O un cane che, semplicemente, corre:
Perfino il canto d’una mendicante
Non m’ha portato mai fino alle lacrime.
L’arte gentile del dimenticare
L’anima mia l’aveva già imparata.
Oggi non so che immensa sensazione
Mi si è sciolta nell’anima.

Marina I. Cvetaeva

(da L'amica)

Ho messo il mio sogno su una nave

Ho messo il mio sogno su una nave
e la nave sul mare;
- dopo, ho aperto il mare con le mani,
per far naufragare il mio sogno

Le mie mani sono ancora bagnate
dall'azzurro delle onde semiaperte,
e il colore che scorre dalle mie dita
colora le spiagge deserte.

Il vento viene da lontano,
la notte si curva dal freddo;
sott'acqua sta morendo
il mio sogno, dentro una nave...

Piangerò quanto sarà necessario,
affinché il mare possa crescere,
e la mia nave arrivi al fondo
ed il mio sogno scompaia.

Dopo, tutto sarà perfetto;
spiaggia liscia, acqua ordinata,
i miei occhi secchi come pietre
e le mie due mani rotte.
Cecilia Meireles

Difficile è credere

Difficile è credere
che sia un dono la vita,
quando si trascina una
stanca esistenza e il vivere
d’ora in ora ci tortura ;
ma anche nei tuoi occhi
vedo
brume di dolore.
Hanno già flagellato il tuo
giovane cuore ? E rispose per te
il mare e un ombra lieve
di cormorano. Tacevi
e sogguardavi mesta
l’orizzonte estremo.
Eugenio Montale

giovedì 23 maggio 2013

Dedica

Agli innamorati che si sono sposati
Alla casa che è stata costruita
Ai bambini che sono cresciuti
Alle navi che sono approdate
Alla battaglia che è stata vinta
Al prodigio che ha fatto ritorno
A tutto quanto è ormai finito senza speranza 

Manolis Anaghnostakis

In questo momento

 
 In questo momento non chiedere 
com'è apparsa questa commozione, 
così improvvisa, così frettolosa, 
così fugace. 
Non c'è mente che lo pensi: 
è percezione e silenzio. 
Attimo è che non fai in tempo 
a dirgli: "Fermati, sei bello!". 

(Non è morta, non è morta ancora l'anima mia,  
se ancora la sento lacrimare). 
Kòstas Sterghiòpulos

A domani

Sto per chiudere gli occhi a bassa voce
sto per entrare a tentoni nel sonno.
In questo istante l'odio non lavora
per la morte sua povera padrona
la volontà sospende il suo battito
e io mi sento distante, così piccolo
che invoco Dio, ma non gli chiedo
niente, a patto di condividere appena
questo universo che abbiamo conseguito
con le cattive e a volte con le buone.
Perché il mondo sognato non è lo stesso
che questo mondo di morte a piene mani?
Il mio incubo è sempre l'ottimismo:
dormo debolmente, sogno che son forte,
ma il futuro attende.
È un abisso.
Non dirmelo quando mi sveglio. 
Mario Benedetti

mercoledì 22 maggio 2013


Musica da camera

Violini. Le mie gambe si alzano.
Allegro ma non troppo.
Sottovoce.
Dolcemente inizia l'ouverture.
Tamburo. Il mio ventre risuona come forgia.
Tante volte ti ho conservato la musica.
E, ciò nonostante,
il tuo arco insistente
genera nuovi adagi, fughe.
Trombettiere di fuoco.
Annunciati!
Ti ricevano i miei lamenti di soprano
e la tua voce di baritono risponda esaltata.
Indugia inizialmente il violoncello,
gli archi prima del clavicembalo,
o del piano.
Dopo fà ciò che desideri
spèttinati dirigendo l'orchestra.
Riecheggino i venti,
e applauda,
febbricitante,
il pubblico. 
Gioconda Belli