…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

domenica 14 agosto 2016

Amore Perfetto

In quella nuvola, in quella,
Ti mando il mio pensiero;
Che Dio si occupi del vento.
I sogni furono sognati,
Accettata la sofferenza,
E dove sei, amore perfetto?
Immensi giardini dell'insonnia,
Da uno sguardo di addio
Diedero fiori per tutta la vita.
Ahi di me che sopravvivo
Senza il cuore nel petto,
E dove sei, amore perfetto?
Lontano lontano, oltre l'oceano
Che nei miei occhi si alza,
Tra palpebre di sabbia...
Lontano lontano... Dio ti custodisca
Sopra il Suo lato destro,
Come io ti custodivo dall'altro lato,
Notte e giorno, amore perfetto.
Cecília Meireles

sabato 13 agosto 2016

Il quaderno nuovo

Davanti al foglio bianco
resto confusa e timida
Così davanti alla porta del tempio
si ferma il pellegrino
Così davanti al viso di una vergine
abbassa gli occhi il dongiovanni.
Guardo avidamente e con amore
come uno scolaro, il quaderno nuovo
per tormentarlo con la penna
scarabocchiando parole senza senso.
Volto la pagina
facendo scempio.
La mia scrittura
si diverte a dare scandalo.
Addentrandomi nel folto del quaderno
come nel folto di un bosco, io mi perdo
e porto da sola tra i fogli luminosi
la mia trionfante pena.
Bella Achatovna Achmadulina

Mendica voce

E ancora ho il coraggio di amare
il suono della luce in un’ora morta,
il colore del tempo in un muro abbandonato.
Nel mio sguardo ho perduto tutto.
È così lontano chiedere. Così vicino sapere che non c’è.
Alejandra Pizarnik

Dietro i vetri

Compunto, quasi un monaco, d’amore
lascio le carte, vado verso dove
il sole fra le tende alla finestra
è smania, lumine scaleno d’ambra
sull’angolo del tavolo, o una sosta;
scosto le tende, roveti dai vetri
e da me stesso e il mordere dell’ansia;
fuori il ciliegio è immerso nel sereno
ma dentro il sole, fertile nell’aria
trema ogni foglia che non è più foglia
e la foglia che era adesso va via
e salpa la sua prora d’allegria.
Pierluigi Cappello

Nei dindorni del mio corpo

Amato,
nel cui corpo io riposo,
come sarà il tuo sonno
quando senza trovarti ti cercavo.
Oh,
amato mio dolcissimo,
come allusione a nardo
tra aromi morati e distanti,
come sarà il tuo petto quando t’amo.
Come sarà incontrarti quando il tuo corpo è amore
e la voce
un fastello di lampade.
Amato,
oggi ti ho cercato
dentro la mia città
e la tua città estranea,
dove gli edifici
non si allegrano al sole,
come gusci di frutto
e celesti capanne.
E andavo
con un crepuscolo intricato sulla lingua,
con aria di laguna
e vestiti azzardati.
Mi vide dalla sua torre
un auriga di diaspro:
io ti stavo cercando
nel verde odore dei suoi cavalli,
fra le matrone
con pannolini e passeri;
e pensando alla tua bocca
riposavano i miei occhi,
come colombe diurne
tra le erbe amare.
E ti cercavo allora
nei dintorni del mio corpo.
Tu mi potevi arrivare
dall’evento clamoroso.
Eunice Odio

venerdì 12 agosto 2016

Sei la mia vita

Quando ti imbatti nel fantasma del tuo passato felice, la consapevolezza di quanto hai perduto ti sommerge con un'ondata quasi insopportabile di rimpianto. Allora vuoi solo nasconderti in un luogo sicuro e leccarti le ferite, perché la tua anima è come un animale domestico, che il dolore ha reso selvatico.
Ferzan Ozpetek "Sei la mia vita"

All'inizio, guardavo la strada

All'inizio, guardavo la strada
sperando di vederlo arrivare
camminando disinvolto tra gli ulivi,
un fischio al cane
che lo piangeva col muso caldo sulle mie ginocchia.
Sei mesi di questa storia
poi ho capito che passavano giornate intere
senza che me ne rendessi conto.
Presi ago e filo, forbici e tela
pensando di distrarmi,
invece mi ritrovai l'industria di una vita.
ricamai una ragazza
sotto una sola stella - punto a croce, seta argento
che rincorre la palla saltellante dell'infanzia.
Per l'erba scelsi tre toni di verde;
un rosa antico, un grigio ombra
per mostrare una boccadileone che gargarizza un'ape.
L'albero lo ricamai col filo nocciola,
il mio ditale come una ghianda
spuntava dalla terra bruna.
Nell'ombra
avvolsi una fanciulla in un profondo abbraccio
col ragazzo-eroe
e mi smarrii del tutto
in un folle ricamo d'amore, desiderio, perdita e rimpianto;
poi guardai lui salpare
nei lenti punti d'oro del sole.
E quando gli altri vennero a prendergli il posto,
a disturbare la mia pace,
presi tempo.
misi su una faccia da vedova, tenni la testa bassa,
facevo il lavoro di giorno e lo disfacevo di notte.
Sapevo a che ora della sera la luna
cominciava a sfilacciarsi,
la rammendai.
Fili grigi e marroni
inseguivano il pesce guizzante del mio ago
a formare un fiume che mai avrebbe raggiunto il mare.
Lo ingannai. Mi stavo disegnando
il sorriso di una donna al centro
del mondo, indipendente, intenta, soddisfatta,
e certamente non in attesa,
quando fuori dalla porta - troppo tardi - udii un passo ben noto.
Inumidii il mio filo scarlatto
e ancora una volta infilai il centro sella cruna.
Carol Ann Duffy

Quartine

La sento la mia vita, me la imparo,  
fino al fegato adesso, fino al fiele;  
oh nera un tempo enorme senza chiaro,  
fedele della notte più infedele. 
Vuota il tuo sacco, su, parla, poetessa:  
io fiorisco e mi sfoglio e rigermoglio  
per dare la procura di me stessa  
a chi non può o non vuole quel che voglio.
Dicevo: Amore mio, vorrei annegare
nell'acqua chiara dei tuoi occhi chiari,  
finire finalmente di aspettare
giovani giorni, cari giorni chiari.
Per me dentro di me oltre la mente
il suo corpo su me come una coltre
ma oltre il corpo in me furiosamente
in me fuori di me oltre per oltre…
Oh, l'inutilità di questi affanni  
la conosco a memoria, inutilmente;
e nel peso degli utili e dei danni  
connetto notte a notte e niente a niente.
Osceno e sacro l'amore delibera  
stessa sede per sé e per gli escrementi.  
Se non mi leghi io non sarò mai libera,
né casta mai se tu non mi violenti.
Io mi arrendo, congedo i miei soldati,  
la mia legione di sogni e di versi.  
Combattete per altri disarmati,  
vincete in verità, miei sogni in versi.
Patrizia Valduga

martedì 9 agosto 2016

In una stessa terra

Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
- da brughiera -
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.
 Antonella Anedda

Tutto era già in cammino

Tutto era già in cammino. Da allora a qui. Tutto 
il tempo, luminoso, sfiorava le labbra. Tutti
i respiri si riunivano nella collana. Le ombre
di Lambrate chiusero la porta. Tutta la stanza,
assorta, diventò il primo battito. Il nero
dei tuoi capelli contro il giallo dell’ultimo raggio.
Da allora a qui. Era il primo giorno dell’estate.
Il silenzio ci riempiva la fronte. Tutto era
già in cammino, da allora, tutto era qui, unico
e perduto, nostro e remoto, ardente. Tutto chiedeva
di essere atteso, di tornare nel suo vero nome.
 Milo De Angelis

Alla fine dei secoli

Alla fine dei secoli, quando
mi chiamerà un’altra voce
e proverò per la seconda volta
l’impeto di resurrezione
prego che come questa volta,
quando sei stato tu a chiamarmi,
alzandomi stupita dalla fossa
con le ossa che sentono la carne
stendersi nuovamente su di loro,
con la carne che sente
in sé di nuovo penetrate l’anima –
io possa, in quel tremendo campo
dove avrà inizio l’eterno,
fissare il primo sguardo su di te,
ritrovarti al mio fianco.
Margherita Guidacci

lunedì 8 agosto 2016

L’anima che dispensa

L’anima che dispensa
furlana e rigodone ad ogni nuova
stagione della strada, s’alimenta
della chiusa passione, la ritrova
a ogni angolo più intensa.
La tua voce è quest’anima diffusa.
Su fili, su ali, al vento, a caso, col
favore della musa o d’un ordegno,
ritorna lieta o triste. Parlo d’altro,
ad altri che t’ignora e il suo disegno
è là che insiste do re la sol sol...
Eugenio Montale

Guardiana

Il sole che cala. I tappeti erbosi in fiamme.
Il giorno perso, la luce persa.
Perché amo quel che svanisce?
Tu che te ne sei andata, che te ne stavi andando,
che stanze di tenebra abiti?
Guardiana della mia morte,
preserva la mia assenza. Sono vivo.
Mark Strand

domenica 7 agosto 2016

Il tuo non esserci...


Il tuo non esserci è già caldo di te, ed è più vero,più del tuo mancarmi. La nostalgia spesso non distingue. Perché cercare allora se il tuo influsso già sento su di me lieve come un raggio di luna alla finestra.

Rilke a Lou Andreas Salomé

E allora, cosa facciamo, adesso?

Così riusciamo a trovare non so dove le forze e la cattiveria per farlo ancora, di nuovo così umido, lento, morbido, strano eppure collaudato, divertente, eccitante, interminabile, conosciuto ma comunque sorprendente, delicato, arruffato e invadente, intimo, a volte difficile, ostico, però con te più spesso comico, buffo, unico, sudato, minuzioso, violento, delizioso, un po’ frustrante di tanto in tanto, ma perlopiù armonioso, affannoso, affrettato, ora, sospiroso e gemente e pieno di grida (tue) e frasi senza senso (mie), insieme, uniti, intrecciati e compenetrati come mai con niente e con nessuno, eppure al tempo stesso ciascuno per conto suo, in ascolto, a spiarci, perché anch'io possa sentire, perché anche tu possa vedere e inorgoglirti di quello che mi fai, così la resa, la fine, il brivido lungo e ultimo, il respiro profondo, il buio negli occhi, la gratitudine perché tutto questo è possibile e lo sarà ancora per molti anni, con te o senza di te.
Ma è te che voglio. E allora, cosa facciamo, adesso?

Raul Montanari - La prima notte

Alzati a volo fin che puoi

Alzati a volo fin che puoi, raggiungilo
qualunque sia
il tuo apice d’ascesa
e d’altitudine, discendi
poi nella profondità dell’aria
e nella tenebra del mare
non però a capofitto, attento!
evita i gorghi
d’oscurità
da cui è difficile riemergere
e di essi dire ti è negato –
lo sappiamo.
Sta’ nei limiti tuoi, usa
la calma, la perseveranza,
l’attenzione dei sensi,
della mente – questo dicono
esperti consiglieri alla mia insufficienza
non sapendo che il patto è già concluso
tra ansia e finitudine
e c’è pace terrena e ultraterrena, c’è.
Di te molto, mia terra,
mi è inciso
nell’anima e nel viso,
mi è scritto nelle carni,
ma tu di me rechi pure qualche traccia,
ti prego, non polverizzarla
del tutto, finché tutto sia compiuto.
Mario Luzi

Il tuo bisbiglio

Scorgere d’un tratto in un’altra anima
Lo stesso orrore, la stessa notte, –
Ah, no! No, non ti immalinconirai
Per la mia ebbra malinconia.
Che bello vederti tubare,
Come una colomba, sotto la mia mano!
Tu riscaldi le piume, come al sole…
E non ti brucerà il mio fremito,
Il mio spirito oscuro sfrecci accanto,
Senza sfiorare la tua anima,
E nella mia ora mortale l’orecchio
Colga quale ultimo suono il tuo bisbiglio.
Sofija Parnok

sabato 6 agosto 2016

L'uomo dagli occhi meravigliosi


Quando eravamo piccoli c’era una casa strana,
gli scuri erano sempre chiusi
non sentivamo voci venire da dentro.
Il giardino era pieno di canne di bambù,
ci divertivamo a giocare tra i bambù.
Fingevamo di essere Tarzan, anche se mancava Jane,
c’era un grande stagno con i pesci rossi più grassi del mondo.
Erano pesci addomesticati. Salivano in superficie
per prendere dalle nostre mani le briciole di pane.
I nostri genitori ci avevano detto:
“Non avvicinatevi a quella casa.” Naturalmente ci andammo.
Ci chiedevamo se qualcuno ci abitasse.
Passavano le settimane, ma non si vedeva nessuno,
un giorno sentimmo una voce provenire dalla casa:
“Maledetta puttana!” Era la voce di un uomo.
Poi la porta di casa si spalancò e l’uomo ne uscì.
Teneva una pinta di whisky nella mano destra.
Avrà avuto trent’anni.
Aveva un sigaro in bocca e la barba non rasata,
i suoi capelli erano ribelli e spettinati
ed era scalzo in cannottiera e pantaloni.
Ma gli occhi erano luminosi, splendevano. E disse:
“Signorini! Spero vi stiate divertendo.”
Poi fece una risatina e tornò nella sua casa.
Ce ne tornammo nel giardino dei miei genitori per riflettere sulla cosa.
Arrivammo alla conclusione che i nostri genitori volevano tenerci lontani da lì,
perché non volevano che vedessimo un uomo come quello:
un uomo forte dagli occhi meravigliosi.
Si vergognavano di non essere come lui
per questo volevano tenercene alla larga.
Ma noi tornammo a quella casa e alle canne di bambù
e ai pesci addomesticati.
Tornammo tante volte e per molte settimane di seguito,
ma non vedemmo nè sentimmo più quell’uomo.
Gli scuri erano chiusi come sempre e tutto era silenzioso.
Un giorno mentre tornavamo da scuola vedemmo la casa.
Era bruciata, non era rimasto niente.
Solo delle fondamenta fumanti.
Corremmo allo stagno dei pesci rossi e non c’era più l’acqua.
I grassi pesci rossi erano morti.
Tornammo al giardino dei miei a parlarne.
Secondo noi i nostri genitori avevano bruciato la casa
avevano ucciso gli abitanti e avevano ucciso i pesci
perchè era tutto troppo bello.
Avevano bruciato anche la foresta di bambù.
Avevano avuto paura dell’uomo dagli occhi meravigliosi.
Noi cominciammo a temere che per il resto della nostra vita
sarebbero successe cose come queste,
che nessuno avrebbe voluto persone belle come quell’uomo,
che gli altri non lo avrebbero permesso
e che molte persone sarebbero dovute morire.
Charles Bukowski

Soliloquio

I
Cercata in me ti ho a lungo,
non ti trovavo mai,
poi universo e vivere
in te mi si svelarono.
Quel giorno fui felice,  
ma il giubilo del cuore  
trepido mi avvertiva  
che non ero mai sazio.
Fu uno smarrismi breve,  
già dita tue di sonno,  
apice di pietà,  
mi accarezzano agli occhi.
Davi allora sollecita  
quella quiete infinita
che dopo amare assale
chi ne godé la furia.
II  
Rifulge il sole in te  
con l'alba che è risorta.
Può ripiegarmi a credere
un mare tanto lieto?
Oggi è il carnale inganno  
che va sciupando un cuore  
logoro dal delirio.
Lo delude ogni mira,  
non torna più che finto  
il miracolo, acceca.
III  
Il mio amore per te  
fa miracoli, Amore,  
e, quando credi d'essermi sfuggita,
ti scopro che t'inganni, Amore mio,
a illuminarmi gli occhi
tornando la purezza.
Giuseppe Ungaretti

Poiché i versi non sono

Poiché i versi non sono, come crede la gente,  
sentimenti (che si hanno già presto),
  sono esperienze.  
Per un solo verso si devono vedere molte città,  
uomini e cose, si devono conoscere gli animali,  
si deve sentire come gli uccelli volano,
  e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino.  
Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute,  
a incontri inaspettati
  e a separazioni che si videro venire da lontano,  
a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati,  
ai genitori che eravamo costretti a mortificare  
quando ci porgevano una gioia e non la capivamo,  
a malattie dell’infanzia che cominciavano in modo così strano  
con tante trasformazioni così profonde e gravi,
  a giorni in camere silenziose, raccolte,  
e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio  
che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle,
  e non basta ancora poter pensare a tutto ciò.  
Si devono avere ricordi di molte notti d’amore,
  nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti,  
e di lievi, bianche puerpere addormentate che si schiudono.  
Ma anche presso i moribondi si deve essere stati,  
si deve essere rimasti presso i morti  
nella camera con la finestra aperta  
e i rumori che giungono a folate.  
E anche avere ricordi non basta.  
Si deve poterli dimenticare, quando sono molti,  
e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino.
  Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono.  
Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto,  
senza nome e non più scindibili da noi,  
solo allora può darsi che in una rarissima ora  
sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.
Rainer Maria Rilke, da “I Quaderni di Malte Laurids Brigge”

Io non ho prova della mia esistenza

Io non ho prova della mia esistenza
se non per questo
dolore continuo dell'orecchio,
una lettera d'amico,
il gusto denso della birra

contro le gengive.
Fuori del sigillo
della paura ininterrotta
non ho altro indizio
della mia continuità.

Giorgio Manganelli

Ultimo canto nuziale

Ma se infine vieni, spoglia
dei tuoi fiori nuziali, nell’ora
in cui tutto il mondo si disfiora
e lo sguardo di cenere si copre;
se allora, con la bocca gelata
dal tramonto postumo che divora
ogni illusione e fatalmente incorona,
se mi dici all’orecchio: sono il nulla,
ti dirò grazie di lasciarti vedere
e abbracciarti nuda, d’essere mia
seppure nell’istante che ti perdo;
e dormirò nel letto che il mio cuore
ha fatto, sognando che la morte
è il tuo ultimo velo, poesia.
Cintio Vitier

mercoledì 3 agosto 2016

Non ci sono parole

Invitami a trascorrere la notte nella tua bocca
raccontami della giovinezza dei fiumi
premi la mia lingua contro il tuo occhio di vetro
lasciami fare il nido nella tua gamba
e poi dormiamo – fratello mio –
perché i nostri baci muoiono più in fretta della notte.
C’è del sangue nel giallo dell’uovo
c’è dell’acqua sulla piaga della luna
c’è dello sperma sul pistillo della rosa
c’è un dio in chiesa
che canta e sbadiglia.
Non ci sono parole
soltanto dei peli
sull’aridità del mondo
dove i miei seni sono re
e non ci sono gesti
soltanto la mia pelle
e le formiche che brulicano fra le mie gambe oleose
indossano le maschere del silenzio mentre lavorano.
Viene poi la notte e la sua estasi
e il mio corpo profondo, questo polipo spensierato,
ingoia il tuo sesso agitato
mentre gli ridà la vita.
Un nido di viscere
sull’albero secco del tuo sesso.
Un nero cipresso piantato nell’eternità
fa la veglia ai morti che nutrono le sue radici.
Due ladri crocifissi su costole d’agnello
se la ridono del terzo che, a missione compiuta,
divora la sua croce di carne arrostita.
Il nero mi circonda
salvatemi
gli occhi aperti sulla vuota disperazione degli orizzonti marittimi
mi scoppiano nella testa.
Salvatemi
i pipistrelli dai corpi ammuffiti
che vivono nei cervelli seviziati dei monaci
s’attaccano alla mia lingua molle
la mia lingua gialla di donna accorta.
Salvatemi, voi che capite
e i vostri giorni saranno moltiplicati.
Malgrado i peccati che non vi saranno perdonati.
Malgrado lo spessore della notte nelle vostre bocche.
Malgrado i vostri bambini iniziati al male.
Malgrado i vostri letti.
Joyce Mansour

Poesia d’amore per la libertà e poesia di libertà per l’amore

Con la libertà
è come con l’amore
Se quella che chiamiamo la felicità
dopo anni mi strappasse dal chiuso armadio
e mi dicesse: “Ecco ora lo puoi di nuovo!
Mostra quel che sai fare!”
Respirerò allora a fondo e allargherò le braccia,
mi sentirò giovane, pieno di ardore per la vita
oppure manderò solo odore di canfora
e le mie ossa scricchioleranno al ritmo di un estraneo
battito cardiaco?
Con la libertà è
come con l’amore
e con l’amore è
come con la libertà
Erich Fried

mercoledì 27 luglio 2016

Sei in ogni cosa

Sei in ogni cosa
in ogni scala-porta sul vuoto
in questo prato estraneo alle tue orme
in questo mezzodì che sfuma
sotto lo stesso cielo che ci tocca
senza toccarci.
In ogni piega delle mie viscere
in ogni collo su cui le mie labbra
scivolano senza toccare il fondo
in ogni labbro occhio capello angolo
ci sei ad ogni ora in ogni canzone
nella luna lì che si affaccia tra latrati ci sei
ogni giorno più
lontana.
Mario Licón Cabrera

Per Karin

    Ho smarrito il mondo 
e non so quando
comincerà il tempo
di dare nuovo inizio.
J.E. Pacheco

Tu sei
le lancette e il corpo
stesso della bussola che un giorno
il tempo avrebbe posto tra le tue mani
 Ma ora con
tutta la tua assenza e tutta
la freschezza del tuo profumo e la seta
assente dalla tua pelle e così distante
 è molto facile che perda
il nome il numero e la rotta
delle mie disgrazie e del brumoso mondo smarrito
 Forse
se a un certo punto dovessi apparire
porta tra le braccia e tra
le labbra, porta nel tuo sereno sguardo
azzurro un altro nuovo inizio.
 Mario Licón Cabrera

Gli addii

E solo posso contare le mie tristezze e ricordi
Come un mendicante conta le sue monete in inverno.
Jorge Teillier

Avrei potuto regalarti
quel cinema dove abbiamo visto
Notting Hill e American Beauty.
 Avrei voluto regalarti gli hotel dove ci siamo nascosti.
Mi sarebbe piaciuto essere il padrone del caffè in cui ci congedammo
dove ascoltammo tutte quelle canzoni
che oggi sono una soundtrack delle nostre vite.
 E non ci furono regali.
E misi il cielo sul tuo corpo e lo trasformasti in vento
misi il vento sui tuoi occhi e lo trasformasti in sogno
misi il sogno nel tuo silenzio e lo trasformasti in notte
e questa notte non ci sono cielo, vento e sogno
che modifichino il mio cuore
in una luce dove l’amore possa tornare.
 Ed è per questo amore lontano e vero
che le parole hanno una musica nello spartito che nessuno canta
come chi bussa per ore a una casa abbandonata
come chi prende a calci lattine vuote nel cuore.
 Federico Díaz-Granados

martedì 26 luglio 2016

Per quante notti che insonne ho giaciuto

Per quante notti che insonne ho giaciuto,
per l’orror di levarmi, ogni mattina;
tu buona, tu mia dolcissima Lina;
tu dimmi in carità: Come hai potuto?
Però che tutto io ti perdono quanto
soffersi, tutte le mie insonni notti,
i miei sogni agghiaccianti, i sogni rotti
d’un subito; ma dimmi ora, sorella:
come hai potuto tu con la tua bella
faccia, di tanta nobiltà soffusa,
serbar sí addentro quell’infamia chiusa
nel cuore, adulterare i baci e il pianto,
mentirmi ogni carezza, in tuo pensiero
esser non mia, vivendo a me d’accanto?
Ecco il delitto, il solo, il grande, il vero
delitto, che non posso io no scordare,
che senza fine mi farà odiare
me stesso, maledire anche il tuo nome,
chiedermi ognor piú follemente: Come,
come ha potuto?
Ma questo, ed altro che mi taccio, no,
non può esser vero: è solo un sogno, sai;
è un sogno di cui forse morirai,
è un sogno di cui certo io morirò.
Umberto Saba

Là dove echeggia nelle lunghe sale

Là dove echeggia nelle lunghe sale il dolce volo delle pazze tròjke, dove splendono i vini nei boccali, sta per nascere adesso un ballo tondo.
Frusciando, tintinnando, biancheggiando, volteggiano tracciando lenti cerchi.
E i violini, struggendosi e infiacchendo, si abbandonano ai furiosi archetti.
Col braccio teso verso la caligine, una esce fuori dal cerchio: scelto l’amico destinato, lascia cadere un fiore per terra.
Non raccattare quel fiore: v’è in esso il dolce oblío di tutti i giorni andati, e tutta la frenetica allegria della tua futura rovina!...
V’è tutto - il giuoco del fuoco e del fato, solo nell’ora amara delle offese da una lontananza irrevocabile ne traluce un angelo accorato...
Aleksandr Blok

Mi culla la corolla del papavero

Mi culla la corolla del papavero, il mio sonno è lunghissimo. La strada si agita laggiù da quattro ore. Solo un tuo squillo potrebbe svegliarmi.
Non mi somiglia quest’inerzia, sono da quando amo, tutt’altra persona. Mi culli a lungo, mi culli il papavero, se sarà lungo il mio sogno di te.
Maria Luisa Spaziani