…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

giovedì 22 maggio 2014

No, non chiudermi ancora nel tuo abbraccio

No, non chiudermi ancora nel tuo abbraccio,
atterreresti in me quest’alta vena
che mi inebria dall’oggi e mi matura.
Lasciami alzare le mie forze al sole,
lascia che mi appassioni dei miei frutti,
lasciami lentamente delirare…

E poi còglimi solo e primo e sempre
nelle notti invocato e nei tuoi lacci
amorosi tu atterrami sovente
come si prende una sventata agnella…
Alda Merini

E lei gli disse...

E lei gli disse: Dimmi qualcosa che mi resterà… E lui prese una penna, le strinse il palmo della mano e scrisse sopra un foglio insieme a lei: “Certe persone si sfiorano per un attimo ma torneranno a cercarsi nel vento. Certe persone non si cercano ma non si perdono. Anche se perderai questo foglio un giorno capirai, quando la voce non servirà e il silenzio da rimpianto diventerà ricordo.”
 Massimo Bisotti 

mercoledì 21 maggio 2014

Temo l'uomo di poche parole

Temo l'uomo di poche parole
un uomo che tace
posso superare un'arringa
intrattenere un chiacchierone
ma colui che riflette
mentre gli altri spendono tutto ciò che hanno
di quest'uomo diffido
temo ch'egli sia grande
 
Emily Dickinson

Non sapendo quando l’alba possa venire

Non sapendo quando l’alba possa venire,
apro ogni porta,
che abbia piume, come un uccello,
o onde, come il mare.

Portare la nostra parte di notte,
la nostra parte di aurora,
riempire il nostro spazio di felicità,
il nostro spazio di dolore.

Qui una stella, e là una stella,
alcuni si perdono.
Qui una nebbia, e là una nebbia,
infine, il giorno.
Emily Dickinson

Inizio

Tu sei li, costruisci casa
e io sono qui, distruggo un ricordo:
la nostra casa, aperta a tutti
e la mia memoria che era aperta al tuo viso.
Hoda Ablan

martedì 20 maggio 2014

Domanda

Ed ecco di nuovo il tempo dei girasoli
già con favi scuri e molto oro ancora.
Quasi ci affatica l'azzurro smisurato.
Ogni mezzogiorno ci venivamo incontro
e già vedevo che eravamo più vicini di un palmo,
e così, un giorno sarei rotolato in te,
non so come, ma tutto e caldo come una ruota.
Non spira vento. Ed ecco all'improvviso i girasoli,
e ognuno, illuminato come una statua, ha
di te il leggero dondolio della corporatura,
forse un annuire del capo, che non ci fu mai.
Sei tu passata accanto a me, o io accanto a te?

Si accorciano i giorni, cresce l'anno.
Guarda, sono tornati i girasoli.


Oskar Pastior

Dalle parole chiare al gioco di parole

Onorificenza

Tutto in te era estraneo,
carne cresciuta in case sconosciute,
imbevuta d'ore d'altra gente,
dei profumi di lontane contemporaneità
e di pensieri che
mi si presentavano come scrittura a specchio.
Addirittura portavi ali
mai viste prima:
venate di cifre e fumo come il corno e
scure nella richiesta seria.
Sale c'era sulle tue labbra,
quando il tuo sguardo
lanciò la stella nera.

Questa io porto sul mio cuscino
ed è onorificenza al mio
sogno autunnale.


Oskar Pastior

Dalle parole chiare al gioco di parole

Telefonata

Mi hai chiamato
da una regione lontana.
Quando creammo il miracolo,
era tempo di nostalgia.
E con la tua bocca
hai sfiorato le valli
e i boschi fin nel profondo.

Chiarissima, vicino alla mia mente
è sgorgata una fonte
e mi ha fatto vibrare.
Quanto ti sono vicino.
Mi hai affidato
tutta la tua parola sommessa
e sei rimasta laggiù.

La cornetta che sostengo
fino a farmi male
risuona come la casa, fredda,
in cui vado origliando.
Pur attraverso l'ampia distesa
anche senza la tua mano
ti ho capito perfettamente.


Oskar Pastior

Dalle parole chiare al gioco di parole

lunedì 19 maggio 2014

Se tutto dovesse andar bene

Se tutto dovesse andar bene,
ma veramente bene, senza incidenti o crolli,
infine arriverà la tremarella.
Vedo amici più anziani che vibrano,
il mento scosso, le mani inarrestabili.
Parliamo allora di questo movimento,
un vento che soffia da dentro
per scuotere le foglie delle dita
e non si ferma più.
E’ questo stormire neurologico
di fronde che dunque mi attende
se tutto, proprio tutto, andasse bene.
E mi tramuterò in una betulla
o in un cipresso sul bordo del fiume,
in quel tremolare di luci
alzate dalla brezza.
Mi farò soffio, mi farò soffiare,
panno lasciato al sole ad asciugare.

Valerio Magrelli

Dis_abito

Il tempo era una veste macramè  
traspirava d’azzurro
disegnavo giornate a tratti di pennello  
stracci intrisi di colla e di colori
ne uscivano velieri foglie visi
  gatti sornioni tavoli di rose  
fiorivano le sedie e i portaombrelli
erano le mie briciole
per ritrovarmi se mi fossi persa
segnature di foglie
oscillazioni d’una ragnatela
scrivo sui gusci vuoti della sera
di case dove vive il mio fantasma
avere un corpo per lasciarlo andare
arrotolarlo a denudarsi l’anima
sfilarselo dal sommo della testa.
Cristina Bove

Alla periferia di noi

Si gira al largo  
si eludono esistenze provvisorie
fascinazioni vive
  _ma non si può prescindere dai fatti_
le parole affollavano la bocca  
di confidenze mute  
ci si guardava a parte  
d’altro che brucia gli occhi
si mira al centro  
nell’avanzare rasentando amori
  _la luna passa sotto le transenne_
s’onorano consegne:  
mai confrontare scarti temporali  
mai contrattare giorni del futuro.  
Non si teme la morte né il presente  
ma solo l’ombra e la dimenticanza
Cristina Bove

Il mio nome

Una sera che il prato era verde oro e gli alberi,
marmo venato alla luna, si ergevano come nuovi mausolei
di strida e brusii di insetti, io stavo sdraiato sull’erba,
ad ascoltare le immense distanze aprirsi su di me, e mi chiedevo
cosa sarei diventato e dove mi sarei trovato,
e quanto a malapena esistessi, per un attimo sentii
che il cielo vasto e affollato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii
come si sente il vento o la pioggia, ma flebile e distante
come se appartenesse non a me ma al silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.
Mark Strand
Da  L’uomo che cammina a un passo avanti al buio Poesie 1964-2006
Una sera che il prato era verde oro e gli alberi,
marmo venato alla luna, si ergevano come nuovi mausolei
di strida e brusii di insetti, io stavo sdraiato sull’erba,
ad ascoltare le immense distanze aprirsi su di me, e mi chiedevo
cosa sarei diventato e dove mi sarei trovato,
e quanto a malapena esistessi, per un attimo sentii
che il cielo vasto e affollato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii
come si sente il vento o la pioggia, ma flebile e distante
come se appartenesse non a me ma al silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.
Da: L’uomo che cammina a un passo avanti al buio Poesie 1964-2006 di Mark Strand
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Le gioie del declassato



Che mi lasci guidare prematura
farmi portare impadronita
non reggono al confronto delle braccia
valigie piene di esempi
folate indicano il cappello soltanto
mutandosi in fili spazzati
e semi non custoditi in direzione
barca abbandonata lungo il fiume
guardo il ponte, un vero confine,
strappo le tasche e dal biglietto la sua fede:
si scioglie sulla guancia
la gioia del declassato.
Avendo già avuto a che fare
con la resa, scelgo
le processioni del riposo.
Io e la luna sorgente
in un punto remoto assonnate come cani

compressa da fatiche piagata
spostando di qualche strada i passi, spiccano
una dopo l’altra tenaci uguaglianze di tempo.
Nadia Campana

Ancora un sogno



Ti inoltri e ne fai a meno, tempo sintetico anticipi
in ogni sfumatura il bersaglio. vedi un ponte e un
pilone che non avevi mai notato, è molto bello, non
te lo aspettavi e ora resiste. da dove? chi l’ha
ispirato? certamente qualcosa, il caso forse. le facce her-
mose dei treni esempi ogni tanto di invisibilità.
affinarsi luci forti potenze di cui non sanno
inesplose. conta le ore – l’ora, questo. le abitu-
dini diventate impercettibili perdendo a poco a poco
la loro sostanza e tu appoggiato a quel parapetto vedi
alla fine come in un negativo 
Nadia Campana

domenica 18 maggio 2014

Sono adesso una fiamma

Sono adesso una fiamma,
piccola e testarda, rasa dal vento.
(mi urta l’irriverenza di una pace sporca
il suono incapace di un voce morta,
la nostalgia, il rimando e anche il futuro
disegnato su brogliacci a quadretti)
Solo la mia bruciante piccolezza
tra i visi del sabato mattina, a far la spesa,
la luminosa bellezza dell’imperfetto:
il culo grosso, i graffi sulle mani,
l’appartenenza
a un mondo di basse verticali.
Penso a quanta forza nella spinta
delle invisibili micropalificazioni
piantate giù nella Terra, sotto
il pesante passaggio di pochi
e come inghiottirebbe i pochi lo squarcio,
se volesse, questa china sostanza,
riposarsi un poco, un minuto.
Stefano Leoni

Dovrei spegnere la sveglia

Dovrei spegnere la sveglia, costruire
una giornata che abbia un volto
voglio dormire senza nemmeno sognare
solo un breve nulla, una culla
qualcosa che mi afferra e mi dissolve,
mi risparmia
e che onore bislacco e disumano
essere il volano, la leva, la molla
se ci lascio le dita in una morsa,
in un rotore, se si sgancia qualcosa
e cade e cado, insieme, un niente
un vuoto c’era da aspettarselo
spegnere la sveglia, demolire
la corsa, le file autostradali, i lupi
e i denti aguzzi, riacciuffarmi
e che inutile sudore, in piazza
conteggiato, corteggiato
qualcuno che mi occupa, mi succhia.
mi disperde.
essere altrove, in dormiveglia
essere la Terra, il Vento, il Fuoco
un Suono, un Tuono
e sentirmi
un mistero.
Stefano Leoni

Io prego basso

Io prego basso
e dico
che il dolore è una ragione in questo tempo
una fiammata, come gli anni
passando
Torno alle cose
e siedo
lo spazio dell’ignoto è una supposizione
un pentagramma simile al vento
sfumando
particolari scalzi lasciano impronte
nelle paludi, un uccello
finge d’essere morente all’occhio del rapace.
Stefano Leoni

Cerco il principio del male

Come da bambina cercavo i margini della pioggia.
Con tutte le forze correvo per trovare
il luogo dove
sedermi a terra a contemplare
da una parte pioggia, da una parte niente pioggia.
Ma sempre la pioggia smetteva prima
che ne scoprissi i confini
e ricominciava prima
di capire fin dove è sereno.
Invano sono cresciuta.
Con tutte le forze
corro ancora per trovare il luogo
dove sedermi a terra e contemplare
la linea che separa il male dal bene.
Ma sempre il male smette prima
che ne scopra il confine
e ricomincia prima
di capire fin dove è bene.
Io cerco il principio del male
su questa terra
volta per volta
grigia e assolata.
Ana Blandiana

sabato 17 maggio 2014

Così siamo

Dicevano, a Padova, “anch’io”
gli amici “l’ho conosciuto”.
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. “Anch’io
l’ho conosciuto”.
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza
E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.
Andrea Zanzotto

Adesso che placata è la lussuria

Adesso che placata è la lussuria
sono rimasto con i sensi vuoti,
neppur desideroso di morire.
Ignoro se ci sia nel mondo ancora
chi pensi a me e se mio padre viva.
Evito di pensarci solamente.
Ché ogni pensiero di dolore adesso
mi sembrerebbe suscitato ad arte.
Sento d'esser passato oltre quel limite
nel qual si è tanto umani per soffrire,
e che quel bene non m'è più dovuto,
perché soffrire della colpa è un bene.

Mi lascio accarezzare dalla brezza,
illuminare dai fanali, spingere
dalla gente che passa, incurioso
come nave senz'ancora né vela
che abbandona la sua carcassa all'onda.
Ed aspetto così, senza pensiero
e senza desiderio, che di nuovo
per la vicenda eterna delle cose
la volontà di vivere ritorni.
Camillo Sbarbaro

Genova P. P.

- Quanto tempo - dirai. E ci sarà
odore di treni, di fritto
e una piuma di vento marino
già all’Uscita. Sugli agri giardinetti
della Stazione tornerà la luna.
- Come va - chiederai. Da un indomato
vecchio spiccio poema d’amore
sorriderti sarà meraviglioso:
- Bene, quando ti vedo.

marzo-aprile 1965

Daria Menicanti

giovedì 15 maggio 2014

Sentimento del mondo

Ho soltanto due mani   
e il sentimento del mondo,   
ma sono pieno di schiavi,   
i miei ricordi scorrono   
e il corpo transige   
nella confluenza dell’amore. 
Quando mi alzerò, il cielo   
sarà morto e saccheggiato,   
io stesso sarò morto,   
morto il mio desiderio, morto   
il pantano senza accordi. 
I compagni non hanno detto   
che c’era una guerra   
e che era necessario 
portare fuoco e viveri.   
Mi sento disperso, 
 anteriore a frontiere,   
umilmente vi chiedo   
che mi perdoniate. 
Quando i corpi passeranno
io resterò solo solo   
capeggiando la memoria  della guardia, della vedova e del microscopista   
che abitavano la baracca   
e non furono ritrovati   
all’albeggiare 
quest’albeggiare 
più notte della notte.
Carlos Drummond de Andrade

Tra le righe

Un milione e centomila lettere d’amore   
di ragazze da marito e di signore –  
proprio ieri ho scritto a mezzanotte   
alla milioncentomillesimaprima   
e mi sentivo con le ossa rotte.   
Tre volte al giorno un cucchiaino da caffè 
la medicina prendevo ostinato, 
ma a quanto sembra l’amore è   
una morte con il viso ben truccato. 
Un milione due volte centomila poesie,   
così ci si consola nelle follie,   
e proprio oggi ho scritto   
la milioneduecentomillesimaprima,   
che è bruttina. 
Se ti vedessi nuda sul fondo della vasca   
con le ginocchia strette strette,   
somiglierebbe il tuo corpo a una lettera   
con un bollo nel centro di nera ceralacca. 
Un milione tre volte centomila telegrammi,   
e io tutta la notte a piangere sul sofà, 
dai fili del telegrafo rondini a forma di cuore   
squittiscono sull’apparato trasmettitore, 
per l’Italia si accingono a partire. 
Il milionetrecentomillesimoprimo telegramma:   
Sorridimi, sto per morire! 
Jaroslav Seifert