…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

mercoledì 22 maggio 2013

Preparativo

Ancora un anno di preparativi.
Domani al più tardi inizierò a lavorare a un grande libro
nel quale il mio secolo apparirà come realmente è stato.
Il sole si alzerà sopra i giusti e i malvagi.
Primavere ed autunni infallibilmente torneranno,
in un boschetto umido un tordo si costruirà un nido rivestito d'argilla
e le volpi apprenderanno della loro natura di volpi.

E questo sarà l'argomento, più le aggiunte. Quindi: eserciti
che attraversano pianure ghiacciate sbraitando bestemmie
in cori di mille voci; il cannone d'un carro armato
che irrompe immenso a un angolo di strada; la corsa nel buio
in un campo con altane e filo spinato.

No, non accadrà domani. Tra cinque o dieci anni.
Penso ancora troppo alle madri
e chiedo cosa sia l'uomo nato da una donna.
Egli si rannicchia e si protegge il capo
mentre viene scalciato da pesanti stivali; in fiamme, correndo,
arde di vampa lucente; un bulldozer lo spazza in una cava d'argilla.
Suo figlio. Un orsacchiotto tra le braccia. Concepito in estasi.

Non ho ancora imparato a parlare come dovrei, tranquillamente. 
Czesław Miłosz

martedì 21 maggio 2013

Mani

“Tu potresti sprofondare in blocco in quel nulla dove scompaiono i morti: io mi consolerei se tu mi lasciassi l’eredità delle tue mani. Soltanto le tue mani sopravviverebbero, scisse da te, inesplicabili come quelle degli dèi di marmo diventati polvere e calce della loro stessa tomba. Sopravviverebbero ai tuoi atti, ai corpi miserabili che hanno accarezzato. Non servirebbero più da intermediarie fra le cose e te: sarebbero mutate loro stesse in cose. Ridiventate innocenti, dal momento che non ci saresti più tu a farle tue complici, tristi come levrieri senza padrone, sconcertate come arcangeli a cui nessun dio dirami più ordini, le tue mani inutili riposerebbero sulle ginocchia delle tenebre. Le tue mani aperte, incapaci di dare o di prendere una gioia qualsivoglia, mi avrebbero lasciata cadere come una bambola rotta.
Io bacio, all’altezza del polso, quelle mani indifferenti che le tua volontà non scosta più dalle mie; accarezzo l’arteria azzurra, quella colonna di sangue che un tempo sorgeva incessante come lo zampillo di una fontana dal suolo del tuo cuore. Con brevi singhiozzi soddisfatti io abbandono il capo come nell’infanzia fra quelle palme piene di stelle, di croci, di precipizi di ciò che fu il mio destino.”
Margherite Yourcenar

Una calda pioggia di sguardi

I miei occhi ti scoprono
nuda
e ti coprono
d’una calda pioggia
di sguardi.
Octavio Paz

Scoperta

Nuda e aderente alla tua nudità.  
I miei seni come ghiaccio appena inciso,  
sull'acqua piana del tuo petto.
Le mie spalle aperte sotto le tue spalle.
E tu fluttuando sulla mia nudità.
Alzerò le braccia e sosterrò il tuo volo.  
Potrai scoprire il mio sogno,  
poiché il cielo riposerà sulla mia fronte.  
Affluenti dei tuoi fiumi saranno i miei fiumi.  
Navigheremo insieme, tu sarai la mia vela,  
e io ti condurrò per mari ignoti.
Quale supremo incanto di geografie!
Le tue mani sulle mie mani.  
I tuoi occhi, uccelli del mio albero,  
sull'erba del mio corpo.
Carmen Conde

Conoscenza

Prima ancora del sangue che mi fece
  è questo flusso incessante.
Come se tutte le donne abbracciate,
non avessero mai dato con vivace clamore
la parte profonda della loro vita:  
fino all'avida terra della tomba,
fino al delirio con cui la bocca  
erompe quando avverte
il paradiso d'amore che arde.  
Che pozzo c'è ai piedi della mia esistenza?  
Che mano libera la mia anfora di gioie?  
Oh sete di quella voce che mi soggioga!  
Aprirsi in una fiamma, aprirsi in una rugiada...  
Essere contenuta, limitata,  
posseduta da una forma unica.  
Allontanare l'antica inquietudine, la terribile  
inquietudine della carne e dello spirito.  
Restare in estasi eterna!
Carmen Conde

Tentazioni

Vorrei, fanciulla, esser nel tuo corsetto,
e, come un serpe ai dì di luglio, in giri
voluttuosi errarti intorno al petto:
errarti intorno al petto, o bella amica,
ma con gioia pudica;
e non baciarti, e tener gli occhi chiusi,
sol nei profumi assorto,
per le tue membra candide diffusi.
Che nebbia fra i comignoli e il selciato,
che freddo per le strade, e quanti ombrelli!…
Ho il corpo affranto, e un sigaro appestato:
fumo, fumo, il tuo stato
somiglia a quello dell’anima mia…
Dall’aria greve oppresso
tenta invan sollevarsi, e fuggir via!
Povera amica! di me che ne dici?
Pazzo non sono, e non sono cattivo;
ti amai nei dì del pianto e nei felici,
e ti amerò ancor tanto
di un amor puro e santo.
Ma vi son giorni che il mio cor vien meno,
e il fango mi conquista.
Prega, prega che torni il ciel sereno!
Tu non lo sai che l’uomo è anch’esso un bruto?
Fuggi, fuggi da me; su questo petto
ti avvinghierei sprezzando il tuo rifiuto,
e se il preludio dei baci incomincia
ove finisca ignori!. . . Oh abbassa il velo,
fuggi, e prega il Signore
che ti sorrida, e rassereni il cielo!
Emilio Praga

Il timido inizio

Un “voi” vuoto con un “tu” caloroso
scambiava lei nel parlarmi
e suscitava nel cuore innamorato
i più bei sogni di felicità.
Davanti a lei sto in silenzio
di distogliere gli occhi non ho forza
e le dico: “come siete cara”
e penso “come ti amo”.
Aleksandr Sergeevič Puškin

Non ci avrebbe visti nessuno

Non ci avrebbe visti nessuno.
Ma eravamo tanto eccitati già
da abbandonare ogni cautela.
Si schiusero i vestiti – che non eran molti,
essendo un luglio splendido e cocente.
Godimento carnale
tra gli abiti dischiusi;
rapido denudarsi della carne – la cui visione
ventisei anni ha traversato, e viene
a rimanere in questi versi.
Kostantinos Kavafis da “Poesie erotiche”

La pausa ha la tua forma

Quest’ora ha la forma di una pausa.
La pausa ha la tua forma.
Tu hai la forma di una fontana,
non d’acqua ma di tempo
In cima allo zampillo della fonte
saltano i miei pezzi:
fui, sono, non sono ancora.
La mia vita non pesa.
Il passato si assottiglia.
Il futuro è un pò d’acqua nei tuoi occhi.
Octavio Paz

sabato 11 maggio 2013

Se mi stacco da te, mi strappo tutto

Se mi stacco da te, mi strappo tutto:
                                     ma il mio meglio (o il mio peggio)
ti rimane attaccato, appiccicoso, come un miele, una colla, un olio denso:
ritorno in me, quando ritorno in te: (e mi ritrovo i pollici e i polmoni):
tra poco atterro a Madrid:
                          (in coda qui all'aereo, selezionati miei connazionali,
gente d'affari, dicono numeri e numeri, mentre bevono e fumano, eccitati,
agitatamente ridendo):
                      vivo ancora per te, se vivo ancora: 
Edoardo Sanguineti, Corollario 1992-1996
 

mercoledì 8 maggio 2013

La voglia di baciarti

La voglia di baciarti in qualsiasi situazione,
in qualsiasi posto, in mezzo a qualsiasi folla,
a metà di qualsiasi discorso,
davanti a qualsiasi persona, a qualsiasi ora.
È estenuante. Sfiancante. Mi divora.
Ti prego, fa’ che non mi passi mai.
Antigone

Quiero hacer...


Si può essere...

Si può essere innamorati di diverse persone per volta, 
e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, 
il cuore ha più stanze di un casino.
Gabriel García Márquez

È lecita, agli amanti

È lecita, agli amanti, la voce sbiadita.
Quando ti sveglierai, al tuo orecchio un solo mormorio:
Amami. Qualcuno in me dirà: non è il tempo, signora,
Raccolga i suoi papaveri, i suoi narcisi. Non vede
Che sul muro dei morti la gola del mondo
Gira all’oscura?
Non è il tempo, signora. Uccello, mulino e vento
In un vortice di ombra. Può cantare d’amore
Quando tutto si fa notte? Lamenta prima
Questa tela di seta tessuta dalla gola.
Amami. Svanisco e supplico. Agli amanti
sono lecite vertigine e richiesta. E la mia fame è così grande
Così intenso il mio canto, così infuocato il mio tessuto
Che tutto il mondo, amore, canterà con me.
Hilda Hilst

Sfioro

Sfioro. La fronte. Il braccio. La spalla.
Il profondo sortilegio della scapola.
Materiale – bambino la tua fronte e io
Maturità, assenza nelle tue chiare
Tenute.
Ahimè. Mentre tu cammini
In lucido orgoglio, io sono già il passato.
Questa fronte che è mia, prodigiosa
Di nozze e sentieri
Così diversa dalla tua fronte abbandonata.
Sfioro. E in un solo momento vivo
E vado morendo. Tra terra e acqua
La mia esistenza anfibia. Passeggia
Sopra di me, amore, e cogli ciò che mi resta:
Girasole Notturno. Foglia segreta.
Hilda Hilst

martedì 7 maggio 2013

Una ragazza ti ha chiesto

Una ragazza ti ha chiesto: Che cosa è poesia?
Volevi dirle: Già il fatto che esisti, ah sì, che tu esisti,
e che nel tremore e stupore
che sono testimonianza del miracolo,
soffrendo mi ingelosisco della tua piena bellezza,
e che non posso baciarti e con te non mi posso giacere,
e che non ho nulla, e colui che è sprovvisto di doni
è costretto a cantare…
Ma non glielo hai detto, hai taciuto
e lei non ha udito quel canto…
Vladimír Holan 

Amori immaginari

1
Siamo venuti a festeggiare.
La festa di due corpi e un’ombra.
Due corpi strappati alle radici
e la linfa amara della tua vulva dolce
battezza il mio tradimento.
2
La tua voce è qui, ma tu non sei qui.
Ci sono i tuoi occhi, ma tu non ci sei.
C’è il tuo corpo, tu no.
Come un albero sradicato,
come un orecchio staccato,
come una barchetta scolpita nella corteccia di pino
che si perde nel ruscello dell’infanzia.
3
Incredibile caso
di una moneta non truccata
che cada sempre sulla stessa faccia
ma vivere è questo.
Inspirazione creare un codice
ed espirazione frantumarlo. Non continuare a lanciare questa moneta.
Fa buio alle quattro di pomeriggio
il cielo sconfessa tutti gli specchi
e sa che ti ho perduta.
Jorge Riechmann 

Elogio della dormiente

Giacere sveglio al tuo fianco
nel profondo rifugio del tuo sogno.
A faccia in giù, respiri
un canto della terra
che non ricorderai al risveglio.
Misuro il mio essere su questo canto.
Jorge Riechmann

lunedì 6 maggio 2013

È quasi primavera, io dipingo…

È quasi primavera, io dipingo
già fuori sul terrazzo, tra odori
di mari lontani e queste vicine
piante di odori. La salvia la menta
il basilico e i sedani dipingo
su tele bianche con pochi colori.
Il verde perché son verdi le piante,
e bianco il bianco nulla della tela,
e il rosso dei tramonti su la vela
del cielo che apre un teatro vero
a questi miei pensieri. Io dipingo
la sera quando i tormenti più vivi
accendono il cielo e bruciano il cuore,
e all’alba quando già nulla è la vita.
 Beppe Salvia
da Cuore (cieli celesti) (1988)

Periferia


Sento l’antico spasimo
- è la terra
che sotto coperte di gelo
solleva le sue braccia nere -
e ho paura
dei tuoi passi fangosi, cara vita,
che mi cammini a fianco, mi conduci
vicino a vecchi dai lunghi mantelli,
a ragazzi
veloci in groppa a opache biciclette,
a donne,
che nello scialle si premono i seni -
E già sentiamo
a bordo di betulle spaesate
il fumo dei comignoli morire
roseo sui pantani.
Nel tramonto le fabbriche incendiate
ululano per il cupo avvio dei treni…
Ma pezzo muto di carne io ti seguo
e ho paura -
pezzo di carne che la primavera
percorre con ridenti dolori.
Antonia Pozzi 21 gennaio 1938

Leggi, sono questi i nomi delle cose

Leggi, sono questi i nomi delle cose che
lasciasti – me, libri, il tuo profumo
sparso per la stanza; sogni una metà e dolori il doppio, baci per
tutto il corpo come tagli profondi
che non si rimargineranno mai; e libri, nostalgia,
la chiave di una casa che non è mai stata la
nostra, una vestaglia di flanella blu che
indosso, quando faccio questo elenco:
libri, risa che non riesco a mettere in ordine,
e rabbia – un vaso di orchidee che
amavi tanto senza che io sapessi perché e
che forse per questo non tornai ad innaffiare; e
libri, il letto disfatto per tanti giorni,
una lettera sul tuo cuscino e tanta
afflizione, tanta solitudine; e in un cassetto
due biglietti per un film d’amore che
non hai visto con me, e altri libri, e anche
una camicia sbiadita con la quale dormo
di notte per stare più vicino a te; e, da
tutte le parti, libri, tanti libri, tante
parole che mai mi hai detto prima della
lettera che scrivesti quella mattina, e io,
io che ancora credo che tornerai, che
ritorni, sia pure solo per i tuoi libri
Maria do Rosario Pedreira
da “Nessun nome dopo”

Sera d'aprile

Batte la luna soavemente
di là dei vetri
sul mio vaso di primule:
senza vederla la penso
come una grande primula anch’essa
stupita
sola
nel prato azzurro del cielo.
 Antonia Pozzi

sabato 4 maggio 2013

Nel mese di maggio

Dal mio giardino si vedono così e non si possono spiegare
l’accordo dell’azzurro rarefatto e quello del verde
che sale e si fa spazio in certe mattine di maggio
quando il calore viene sulle braccia scoperte
e tocca il tendine d’azzurro e il tendine di verde
che credevamo spenti, nella nostra testa di oggi,
tanti anni fa. In mattine così, la terra si piega
e si anima in cose inanimate come i sassi
nel brulichìo nascosto dalle foglie, nel nostro
essere muti e felici di non avere un nome.
Forse daremo un nome a questa luce sugli occhi,
alla rondine scolpita dall’aria mentre passa,
all’ombra durata un battito sulle nostre mani;
forse saremo infanzia e chiuderemo il pericolo
nel nome del pericolo e allontaneremo le nostre spalle
dalla città abbagliata e splenderanno amate dal caso
e dal vento le nostre impronte quando qualcuno chiuderà
il cancello dietro a noi, e ci guarderà partire.
Pierluigi Cappello

Il violinista Jones

La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
- non parliamo di ingrandirle -
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento - solo questo?
Mai una volta diedi mani all'aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato -
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.
Edgar Lee Masters 
(da Antologia di Spoon River, 1916 – Traduzione di Fernanda Pivano)  

Riflessione n° 1

Nessuno sogna due volte lo stesso sogno
Nessuno fa il bagno due volte nello stesso fiume
Nessuno ama due volte la stessa donna.
Dio da cui tutto nasce
E il circolo e il movimento infinito.
Ancora non siamo abituati al mondo
Nascere è una cosa molto lunga.
Murilo Mendes

Così una donna amata e passata ad altri

Così una donna amata e passata ad altri: si muove e parla, o tace, e ancora non si sa che cosa c’è dietro quei moti e quei silenzi, ma non è il sapere che tutto ciò è per altri che ti dà pena - o non è solo questo -, è il sentire che altri ne prova delizia e ci legge e ci scopre, quasi fosse lui il primo, quanto tu vi hai già letto e scoperto; o, peggio, ci vede altro da ciò che tu vi avevi visto e cancella i tuoi sogni per sostituirvi i propri, dalla lavagna che è lei. 
VITTORIO SERENI, Diario d’Algeria 

giovedì 2 maggio 2013

Come un grido puro

Di tutti gli angoli del mondo
Amo d’un amore piú forte e piú profondo
La nuda spiaggia in estasi e la duna
Dove mi unii al mare, al vento e alla luna.

Odoro gli alberi la terra e il vento
Che la primavera colma di profumi
Ma io vi voglio solo e solo vi procuro
La selvaggia esalazione delle onde
In ascesa verso gli astri come un grido puro.
Sophia de Mello Breyner Andresen

Considerato a freddo

Considerato a freddo, imparzialmente,
che l’uomo è triste, tosse, e tuttavia
si compiace d’avere un petto rosso;
che tutto ciò che fa è esser composto
di giorni;
che è un fosco mammifero e si pettina…
Considerato che
l’uomo procede dolcemente dal lavoro
e riecheggia capo, suona subordinato;
che il diagramma del tempo
è sempre un diorama di medaglie
e a metà aperti i suoi occhi studiarono
fin da lontani tempi
la formula famelica di massa…
Compreso senza sforzo
che l’uomo a volte si mette a pensare,
come volendo piangere,
e destinato a stendersi da oggetto
si fa buon falegname, suda, uccide
e dopo canta, pranza, s’abbottona…
Considerato inoltre
che l’uomo in verità è un animale
e tuttavia, girando, m’urta nel capo con la sua tristezza…
Esaminati infine
le sue carte in contrasto, il suo cesso,
la sua disperazione al terminare del giorno atroce,
che lo annienta…
Compreso
ch’egli sa che lo amo,
che l’odio con affetto e m’è, in definitiva, indifferente…
Considerato i suoi documenti d’insieme
e guardato con lente l’attestato
che prova ch’egli nacque piccolino…
gli faccio un cenno,
viene,
e io gli do un abbraccio, mi commuovo.
Che importa! Mi commuovo… Mi commuovo… 
César Abraham Vallejo

Nella cella del duro

Nella cella, nel duro, anche
i cantoni si acquattano. 
Accomodo ciò che, nudo, fa grinze,
si piega, si sfilaccia. 
Smonto dal mio cavallo ansante, soffiando
via tracce di percosse e di orizzonti;
piede schiumoso contro i suoi tre zoccoli.
E lo incito: Andiamo, animale! 
Si piglierebbe meno, sempre meno
di quanto mi toccava dare
nella cella, nel liquido. 
Il compagno di carcere mangiava il grano
delle colline col mio stesso cucchiaio
quando, bambino, alla paterna tavola,
m’addormentavo masticando. 
Sussurro all’altro:
torna, esci dall’altra parte:
sbrìgati, via, fa’ in fretta! 
E senza avvedermene progetto, almanacco
sul lettuccio sconnesso, so capire:
Ma no. Quel medico è un uomo sincero. 
Non riderò più quando mia madre pregherà
nell’infanzia, la domenica, alle quattro
del mattino, pei viandanti,
i carcerati,
gli ammalati
e i poveri. 
Nel recinto dei bambini, non darò più
pugni a nessuno di loro, che dopo,
ancora sanguinando, avrebbe pianto: sabato
ti darò la mia carne, ma tu
non mi picchiare!
Non gli dirò più va bene. 
Nella cella, nel gas illimitato
che si arrotonda condensandosi,
chi incespica lì fuori? 
Cesar Vallejo

Fammi rinascere

So cosa pensi di me
perché gli occhi ti frugano dentro
e trattieni sulle labbra
un sorriso che sanguina
Ma sei lontana
e quello che pensi
non può penetrarmi
ti grido Vieni,
apri in due la mia solitudine
e muovi in essa il tuo canto
fai girare questo mondo fermo
Ti dico Vieni,
fammi rinascere sulla terra.
Homero Aridjis